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Home Cronaca

….Sergio era un uomo libero

Redazione by Redazione
26 Luglio 2026
in Cronaca, Notizia Principale, Archivio notizie
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Sergio era un uomo libero. Non libero nel modo innocuo in cui questa parola viene spesso pronunciata, come un complimento
senza conseguenze. Era libero nel modo più difficile: quello di chi accetta di pagare il prezzo della propria voce.
Aveva un modo netto di stare nelle parole. Affilato, talvolta divisivo. Non cercava la frase che avrebbe raccolto più consenso, ma quella che, secondo lui, conteneva più verità. E la verità, quando non viene addomesticata, raramente mette tutti d’accordo. Più spesso interrompe, espone, costringe a scegliere da che parte stare.
Sergio poteva essere percepito come un piccolo grande uragano. Entrava nelle conversazioni spostandone l’aria, cambiava la pressione delle stanze, metteva in disordine le certezze troppo ben
sistemate. Non aveva il talento diplomatico di lasciare ogni cosa esattamente come l’aveva trovata.
Aveva un talento più raro: quello di non lasciare nulla come prima. La sua parola poteva ferire, certo. Ma non nasceva dal piacere della ferita. Nasceva dal rifiuto del
silenzio. Era la scelta quotidiana di chi aveva deciso di parlare attraverso la propria verità e di non metterla mai a tacere, neppure quando sarebbe stato conveniente, prudente, perfino vantaggioso. Perché la libertà non consiste nel dire tutto ciò che si pensa. Consiste nell’assumersi la responsabilità di ciò che si dice.
Sergio quella responsabilità se la prendeva intera. Eppure chi lo ha conosciuto davvero sa che dietro la forza pubblica, dietro l’intelligenza impaziente, dietro quella presenza capace di occupare lo spazio come una corrente improvvisa, esisteva una
dolcezza custodita. Una dolcezza non esibita, perché le cose più autentiche Sergio non aveva bisogno di metterle in vetrina.
Apparteneva alla sua dimensione privata, al tono con cui parlava dei suoi figli: Valeria, Valentina e Andrea.
Li sentiva suoi in un modo che arrivava alla materia stessa del corpo. Tre persone distinte e, insieme, tre parti inseparabili di lui. Tre organi vitali attraverso cui Sergio continuava a pensare, a sentire e ad agire.
Valeria, il cervello: il pensiero che ordina il caos, l’intelligenza che riconosce le connessioni prima che diventino visibili, lo sguardo che comprende la realtà senza bisogno di semplificarla. In lei Sergio vedeva quella lucidità che non è freddezza, ma una forma alta di cura: capire il mondo per
non subirlo. Valentina, il cuore: non soltanto il luogo dell’affetto, ma quello del coraggio. Perché il cuore non serve soltanto ad amare. Serve a reggere ciò che amiamo quando diventa fragile, lontano, difficile.
In lei riconosceva la capacità di dare calore alle cose, di custodire le persone, di trasformare la sensibilità in forza. Qualità che ho l’enorme privilegio di riconoscere ad ogni nostra interazione. Andrea, il braccio: il gesto che rende concreto il pensiero, la mano che costruisce, sostiene, interviene. L’azione che non si limita a commentare il mondo, ma prova a modificarlo. In lui Sergio
riconosceva la concretezza del fare, la dignità del lavoro, la certezza che ogni idea, per diventare vera, debba infine attraversare le mani, riconosceva il meglio di se stesso nella stima e nel rispetto di un fratello-figlio Artigiano.
Quando Sergio parlava dei suoi figli, la voce cambiava. Non diventava più debole: diventava più profonda. Come se tutta la sua forza trovasse finalmente una ragione. Come se quell’uomo capace di essere tempesta ricordasse, nel pronunciare i loro nomi, di essere anche casa. E casa per Sergio era anche Orvieto. Ma non l’Orvieto illustrata sulle cartoline. Non soltanto i vicoli, il tufo, le facciate antiche e le ritualità delle feste comandate che ogni volta ci ricordano la bellezza di ciò che abbiamo ricevuto
senza merito.
Orvieto, per Sergio, erano soprattutto le relazioni. Erano le storie che attraversano le pietre e impediscono loro di diventare semplice scenario. Era l’arte, quando l’arte conserva ancora la sua capacità di inquietare. Era il mestiere, quando il
mestiere significa conoscenza, pazienza, disciplina, trasmissione. Era il confronto, soprattutto: il diritto e il dovere di non pensarla allo stesso modo, senza per questo smettere di riconoscersi parte della medesima comunità.
Perché una città non è il luogo dove tutti sono d’accordo. Una città è il luogo dove il disaccordo diventa relazione, dove le differenze si incontrano senza annullarsi, dove la parola dell’altro può essere combattuta, ma non cancellata.
Sergio credeva in questa città. Forse proprio per questo non le risparmiava nulla.
Le sue critiche non erano la distanza di chi disprezza, ma l’ostinazione di chi appartiene. Si arrabbia davvero con un luogo soltanto chi continua a sperare che quel luogo possa essere migliore. Gli indifferenti non alzano la voce. Passano oltre. Sergio, invece, restava.
Restava nella sua bottega, che non era soltanto uno spazio di lavoro. Era un luogo politico nel senso più nobile, più antico e oggi forse più dimenticato della parola. Era il punto in cui le persone si incontravano non perché già simili, ma per diventare qualcosa che, da sole, non avrebbero potuto essere. In quella bottega sono accaduti momenti straordinari. Non straordinari perché solenni o celebrati. Straordinari perché improbabili. Persone diverse, generazioni diverse, competenze diverse, visioni perfino incompatibili si sono trovate a condividere
un tavolo, un’idea, un progetto, una discussione. E spesso era Sergio ad averle chiamate. In una città, e in una politica, troppo spesso consumate dai personalismi e dalla mediocrità, Sergio faceva ciò che fanno i grandi uomini: invitava i migliori.
Non temeva l’intelligenza degli altri. Non viveva il talento altrui come una minaccia. Cercava le persone più brillanti, più creative, più intuitive e le portava a bottega. Le metteva in relazione. Creava contaminazioni. Faceva circolare idee, competenze, possibilità. Non chiedeva alle persone di essere meno luminose perché lui potesse apparire più luminoso. Le invitava ad accendersi.
La sua bottega era una rete prima ancora che la parola “rete” diventasse un termine da convegno, un progetto da finanziare, una formula da mettere in una presentazione. Per Sergio era una pratica. Significava chiamare qualcuno, presentarlo a qualcun altro, intuire una possibilità, provocare un incontro, dare fiducia a una persona quando ancora nessuno sapeva esattamente che cosa sarebbe diventata.
Sergio ha cambiato la città perché ha fatto succedere cose. E non è forse il far succedere le cose la forma più radicale della politica? Non l’occupazione di una posizione. Non il possesso di un titolo. Non l’ansia della dichiarazione, del comunicato, della fotografia. Ma la capacità concreta di trasformare la realtà, anche senza volerci mettere la firma.
Essere uomini e donne della politica significa modificare lo spazio comune. Significa fare in modo che, dopo il proprio passaggio, qualcosa diventi possibile che prima non lo
era. Una relazione. Un’idea. Un’opera. Una consapevolezza. Una comunità. Sergio lo faceva senza l’ossessione di rivendicare la paternità di ogni cosa. Forse perché sapeva che le idee più grandi smettono di appartenerci proprio quando cominciano a funzionare. Diventano degli altri, diventano di tutti. E questa è la loro riuscita, non il loro tradimento. In fondo, questa è stata l’essenza della sua vita.
Non quella di un artista, e lo scrivo volutamente minuscolo, se con questa parola intendiamo la figura solitaria, innamorata della propria eccezionalità, riconoscibile per il ghirigoro della firma
apposto in fondo all’opera. Sergio era un Artigiano. E qui la maiuscola è necessaria.
Perché l’Artigiano non si misura dalla grandezza del proprio nome, ma dalla qualità del proprio lavoro. Dalla precisione del tocco. Dalla profondità della visione. Dalla capacità di conoscere la materia senza violentarla, di ascoltarne la resistenza, di comprenderne i limiti e le possibilità. L’Artigiano sa che nulla nasce senza tempo.
Sa che ogni opera richiede pazienza, errore, correzione. Sa che il talento senza mestiere è soltanto una promessa e che il mestiere senza visione è soltanto ripetizione.
Ma soprattutto l’Artigiano non costruisce mai da solo. Ogni bottega è una discendenza. Ogni gesto imparato contiene il gesto di chi lo ha insegnato. Ogni opera è il punto d’incontro tra mani vive e mani che non ci sono più. È una comunità che attraversa
il tempo. Sergio ha costruito questa comunità intorno a sé.
L’ha costruita con le sue mani e con le sue parole. Con la severità e con la cura. Con le discussioni, con le provocazioni, con le intuizioni, con la capacità di riconoscere negli altri ciò che ancora gli altri non sapevano di possedere.
Per questo oggi non possiamo limitarci a dire che Sergio non c’è più. È una frase troppo semplice, e forse persino falsa.
Non c’è più il suo corpo. Non c’è e non ci sarà più la sua voce a interrompere una conversazione, a correggere una banalità, a dire quello che molti pensavano ma non avevano il coraggio di pronunciare.
Ma ci sono ancora le cose che ha fatto accadere. Ci sono le persone che si sono incontrate grazie a lui. I progetti nati nella sua bottega. Le idee che ha messo in circolo. Le discussioni che ha aperto e che non sono ancora finite. Ci sono Valeria, Valentina e Andrea: il suo cervello, il suo cuore, il suo braccio, la prosecuzione vivente di ciò che in
lui è stato pensiero, amore e azione.
Sergio era un uomo libero. E gli uomini liberi non lasciano eredi obbedienti.
Lasciano persone più difficili da addomesticare. Lasciano domande, inquietudini, possibilità. Lasciano il sospetto che il mondo non debba essere per
forza accettato così com’è. Lasciano una responsabilità a chi resta: non trasformare il loro ricordo in una statua, ma continuare il loro movimento.
Sarebbe troppo facile celebrare Sergio ora che non può contraddirci. Più giusto sarebbe ascoltare ciò che la sua vita continua a chiederci.
Ci chiede di parlare quando il silenzio è più conveniente. Di invitare i migliori senza temerne la luce.
Di creare legami invece di recinti.
Di fare accadere cose senza preoccuparci di chi ne raccoglierà il merito.
Di amare una città non come si ama un’immagine perfetta, ma come si ama una creatura viva: discutendola, proteggendola, trasformandola. Ci chiede di essere Artigiani.
Di misurarci non sulla firma, ma sull’opera. Non sull’applauso, ma sulla precisione. Non sul posto che occupiamo, ma sullo spazio che apriamo agli altri.
La morte può interrompere una voce. Non può cancellare ciò che quella voce ha messo in movimento.
Sergio era un uomo libero.
Ora tocca a noi esserlo.

Paolo Maurizio Talanti

 

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