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Franco Raimondo Barbabella, con “Orvieto … Verso nuovi Orizzonti” il ritorno al futuro di un candidato di razza

Orvietosi.it ha parlato con tutti i candidati a sindaco che alla data del 16 aprile 2019 hanno annunciato ufficialmente la loro partecipazione alle prossime elezioni amministrative. I colloqui avuti hanno inteso tracciare soprattutto un profilo delle persone, prima che dei personaggi politici: fatta salva la diversità di vedute e di appartenenza politica, quel che è scaturito è il frutto di discorsi che sono andati ben oltre i problemi contingenti, cercando di offrire al lettore la possibilità di vedere i candidati al netto delle chiacchiere da social network e delle ovvie, sacrosante e conosciute appartenenze politiche di ciascuno. Abbiamo parlato con tutti, nessuno escluso, con l’intento di voler contribuire al dibattito cittadino circa i mali che affliggono Orvieto, sulle cause che li hanno determinati ma soprattutto sulle soluzioni diverse per uscire da questo innegabile stato di cose. Siamo convinti, in quanto giornalisti, che il nostro dovere sia quello di raccontare fatti e persone, senza prendere parte agli inevitabili e aspri scontri verbali che immancabilmente hanno già preso il via sui social network e che, come in un crescendo wagneriano, potranno solo aumentare di tono durante la campagna elettorale. Gli articoli verranno pubblicati al ritmo di uno al giorno a partire da martedì 16 aprile, in rigoroso ordine cronologico rispetto agli incontri avuti con i candidati a sindaco; qualora nei prossimi giorni, ai cinque che hanno annunciato ufficialmente la propria candidatura (Barbabella, Panzetta, Germani, Tardani e Rosati) dovessero aggiungersene altri, saremo ben lieti di incontrarli e di scriverne.

 

di Gabriele Marcheggiani

Parlare con Franco Raimondo Barbabella equivale ad effettuare un percorso a ritroso nella storia di Orvieto degli ultimi decenni. Già sindaco della città negli anni ’80 del secolo scorso, insegnante di storia e filosofia e preside in pensione, il professore non pecca in chiarezza e schiettezza: riannodando i fili della memoria storica e del suo vissuto personale, egli sembra avere le migliori chiavi di lettura per interpretare il profondo stato di depressione nella quale sembra essere caduta la sua città oramai da diversi lustri.

La sua candidatura a sindaco, a trent’anni dall’ultima esperienza di primo cittadino, per sua stessa ammissione diviene una sorta di dichiarazione d’amore per la città della rupe: cosciente dei limiti, consapevole di partire senza l’appoggio di nessun apparato partitico ma solo dalla buona volontà e dalla partecipazione di amici e sostenitori, Barbabella, in questo novello Cincinnato, ha deciso di correre “unicamente per il sentimento che lo lega alla sua Orvieto”.
Dall’alto della rocca Albornoz, dove il nostro colloquio ha luogo, il professore spazia non solo con lo sguardo sul territorio circostante, sulle storie e le vicissitudini che hanno plasmato Orvieto così com’è oggi, a partire dai piani regolatori degli anni ’60, alle idee e alla visione d’insieme confluita in quel “Progetto Orvieto” che portò la città alla ribalta italiana ed europea.

Forse è anche per questo che stenta a riconoscersi nel linguaggio e nelle prospettive di piccolo cabotaggio della politica attuale, non solo orvietana, tutte intrise di promesse in grado di raccogliere consensi nel breve tempo di una campagna elettorale, incapaci di avere quel respiro lungo della politica che sa progettare, pianificare, sintetizzare senza guardare il calendario della prossima votazione.

“La politica o è seria o non è”, la ripete due volte questa frase, quasi a puntellare tutto il discorso che gira attorno alla sua candidatura, con un motto che richiama altri tempi e personaggi di ben altro spessore che governavano e amministravano nel nostro Paese. Il professore non induge nella rievocazione dei bei tempi che furono, non cade nel facile tranello un po’ manicheo, di contrapporre il passato al presente: anche allora, e lo rimarca più volte, di errori ne vennero fatti e anche rilevanti. Di certo, è il suo pensiero, la politica aveva una visione molto più ampia e profonda di quanta non ne abbia ora. Allievo del filosofo e storico Guido Calogero con il quale ha discusso la sua tesi di laurea – per intenderci un personaggio di spessore nella storia culturale e politica italiana, che andava a braccetto con Aldo Capitini e dialogava con Benedetto Croce e Norberto Bobbio, tra i fondatori del Partito d’Azione – l’ex sindaco sembra parlare un linguaggio antico ma più efficace degli slogan buoni la mattina e non più la sera; nella politica liquida de “l’uno vale uno”, non solo non c’è posto per lui ma neanche egli brama per trovarlo.

La competenza e la capacità di visione non si inventano su due piedi, come le candidature create artificialmente da un sistema politico che cerca solo di fagocitare facili consensi, pervadente e invadente, che grazie ai social network spettacolarizza ogni suo passaggio. Barbabella è figlio di un’altra idea di mondo che vorrebbe riportare a sostegno della sua città inesorabilmente in crisi. Si offende se gli viene rinfacciato di non avere un programma elettorale, mentre per lui il discorso non può focalizzarsi solo su singoli punti da scrivere in un opuscolo ma, è il fulcro del suo ragionamento, occorre centrare la proposta politica su priorità che abbiano alla base un’idea d’insieme e di lungo respiro: solo così, partendo dalla visione generale dei problemi della città e del suo territorio e delle soluzioni che possono essere adottate, i singoli interventi potranno risultare più efficaci: “Non si può rimanere bloccati per mesi su questioni piccole, come la gestione di un parcheggio da venti posti, se non si ha un’idea d’insieme di come ripensare quella porzione di città coinvolta, quella strada, quel vicolo, quel rione”.

Gli interventi devono partire sempre da visioni ampie e organiche, che contengano una filosofia di fondo (definizione mai così calzante…) che abbracci l’insieme dei problemi rispetto al singolo problema. Come avvenne per il “Progetto Orvieto” e tutto ciò che da quella grande intuizione è scaturito: proprio in riferimento a quella esperienza, più volte il professore si lascia andare al commosso ricordo di Adriano Casasole, con il quale condivise l’esperienza politica e amministrativa a Orvieto. Per Barbabella occorre innanzitutto ripensare il ruolo di Orvieto, non solo come città edificata sulla rupe, come centro storico, ma innanzitutto come territorio vasto in costante dialogo con i territori confinanti, non solo umbri. In questo aspetto il professore riconosce i meriti ma anche i limiti del progetto delle Aree Interne: per lui la montagna di buoni propositi ha partorito il topolino degli egoismi particolari, un’occasione persa nella quale ognuno ha cercato di portare a casa il proprio piccolo risultato, incurante del bene più grande del territorio vasto.

Occorre ripensare Orvieto per i prossimi decenni: creare nuove attrattività e progetti concreti che creino lavoro, attraverso una nuova strategia che ponga la città in prima fila tra le mète ambite da un turismo esigente che guarda soprattutto ad est: Russia, Cina, Corea, Giappone. Proprio su questo punto, secondo il professore, si dovrebbero innestare tutti i discorsi inerenti il ruolo e la riqualificazioni di alcune strutture strategiche per la città: la ex caserma Piave e l’ex ospedale.

Senza una visione di lungo respiro, si va poco lontano secondo lui; chi ha a cuore il futuro di Orvieto non può non tenere conto del calo demografico registrato in questi anni e delle implicazioni forti sul tessuto socio – economico della città. Per un preside e un professore in pensione, non si può non ripartire dalla scuola, dall’offerta formativa che oggi è divenuta più variegata e competitiva, puntando alle eccellenze e alle peculiarità del territorio, dopo che anche da questo punto di vista, molti treni sono stati persi.Per chi ha attraversato cinquant’anni di storia politica e amministrativa, ma soprattutto per uno che ama Orvieto incondizionatamente, vedere le enormi difficoltà che attraversa una tra le città simbolo dell’Umbria, deve fare parecchio male. Forse, da insegnante di storia qual è stato, ascoltando i fiumi di parole sul passato e sul presente di Orvieto che in questi giorni i social network amplificano, ripenserà a Tito Livio, all’inesorabile avanzata di Annibale e all’immobiismo del Senato romano. Parafrasando lo storico dell’antica Roma, il professore qualche volta si sarà sorpreso a pensare che mentre sulla rupe si discute, Orvieto rischia di essere inesorabilmente espugnata.

 

16 Aprile 2019

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