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Alla scoperta dell’Oasi di Alviano, un incantesimo ancestrale per ri-scoprire la vita

di Gabriele Marcheggiani

Quante volte siamo passati distrattamente accanto all’Oasi di Alviano, abbiamo veduto i suoi specchi d’acqua dall’alto delle colline circostanti o ne abbiamo percorso un poco distrattamente i suoi sentieri? Eppure esiste la possibilità di effettuare un viaggio inconsueto, un po’ esotico, un po’ avventuroso in un caleidoscopio di colori e sensazioni; un viaggio di scoperta, soprattutto introspettiva, per il quale c’è solo bisogno di lasciarsi trasportare senza reticenze, come un legno in balia della corrente.

Tra i canneti e i salici, nelle paludi che brillano al sole di una mattina d’inverno, trovi la vita, semplicemente la vita così com’è quando noi non ci siamo. Per quante volte si possano percorrere i sentieri tra la boscaglia e le praterie di acqua dell’oasi, si spalanca costantemente un’emozione diversa: occorre avvicinarsi con occhio attento e massima disponibilità a lasciarsi stupire come un bambino. Come un viandante stanco e un pellegrino penitente, bisogna spogliarsi di ogni fardello e di ogni necessità per calarsi in questo incantesimo ancestrale: ci sono giorni in cui, come scriveva Victor Hugo, a prescindere dall’atteggiamento del corpo, il nostro animo è in ginocchio.


L’oasi, per chi ha l’umiltà di liberarsi anche per poco del proprio tempo e del proprio spazio, dalle angosce e dalle frette, si dischiude come lo Stargate, la porta delle stelle, e lascia ascoltare il suo fremito che sa di eterno; nel bosco idrofilo e sugli stagni di acqua, esiste un tempo diverso da quello scandito dai treni che corrono veloci poco più in là. È il tempo dell’Essere, quello proprio delle leggi inviolabili dell’universo, delle leggi primordiali, che scandisce l’anelito di infinito di chi sa vedere ben oltre le linee morbide dei monti Cimini, a sudovest, e dei monti Amerini, a est.

Maria Neve lavora all’Oasi WWF di Alviano da diversi anni, ne conosce ogni angolo, ogni sfumatura, forse anche ogni pianta che affonda le radici nella palude. Mentre cammina, accompagnando il visitatore nel suo piccolo viaggio di scoperta, racconta le storie di questo luogo magico, storie di sbarramenti artificiali senza la cui costruzione, sembra un paradosso, tutto questo non esisterebbe.


Storie di battaglie ambientaliste sul finire degli anni ’70, di Gianni Cardinali, di lotte politiche e burocratiche, di bracconieri e cacciatori contro cui occorreva fare appostamenti notturni con rischi mai nascosti. Storie di vita vissuta, di un’altra idea di mondo, di difesa di ciò che c’è di più fragile, l’ecosistema stesso dentro il quale siamo immersi e senza il quale semplicemente noi non ci saremmo.


Maria Neve dopo tanto tempo conserva ancora la capacità di stupirsi, lei, che avrà percorso chissà quante migliaia di volte i sentieri dell’oasi e osservato altrettante volte il magnifico specchio d’acqua dalle feritoie dei punti di osservazione, di questo mondo a parte non ne avrà mai abbastanza. Ogni istante passato nell’oasi, ancora oggi, rappresenta una sorta di rito religioso, un pontificale, una messa solenne e cantata, un inno infinito alla vita.


Mentre cammina, osserva, spiega, fotografa, si immerge in questa liturgia primordiale di un universo regolato ancora dalle stesse immutabili leggi. La mattinata tersa di inizio febbraio, regala una vista limpida e ampia che spazia tutt’intorno; le recenti piogge hanno riempito ancor più gli stagni e gli acquitrini, tanto che il paesaggio si lascia osservare mozzando il fiato.
Il cigno elegante, mantiene il collo e il becco sotto il pelo dell’acqua, alla ricerca di qualche erba o radice di cui nutrirsi mentre una coppia di germani reali scivola pigra sullo specchio d’acqua. Poco più in là, una cinciallegra e un picchio rosso si affannano attorno a un vecchio tronco: osservarne le movenze tipiche e i colori sublimi attraverso un binocolo, è come penetrare a fondo i segreti di un ecosistema e delle vite che lo compongono. Elogio della lentezza, di un tempo senza lancette che corrono: per vedere, oltre che guardare, non bisogna avere fretta.

Molte scene de “Il primo re” sono state girate sulle rive di questa palude: non è un caso che le grandi civiltà siano nate ai bordi dell’acqua e dall’acqua del fiume che scorre oltre l’argine, il Tevere, è nata Roma. L’acqua è vita, dall’acqua nasce la vita: non solo gli organismi viventi, la nostra cultura, le nostre radici storiche, la civiltà dalla quale proveniamo è nata dall’acqua. Si parla sottovoce, si sussurra appena, proprio come si farebbe in una cattedrale: due garzette di un bianco candido spiccano il volo all’improvviso fendendo l’aria immobile. Maria Neve si ferma ad osservare la terra, due impronte ben marcate hanno attirato la sua attenzione mentre il profano, non senza un pizzico di invidia, vorrebbe avere tutte le chiavi in suo possesso per conoscere a menadito questo paese delle meraviglie.

L’Oasi di Alviano è un viaggio per il quale non bisogna imbarcarsi su nessun aeroplano, un’avventura fuori la porta di casa per la quale non occorrono necessariamente buone gambe. Non occorre andare dall’altro capo del mondo per scoprire chissà cosa, il cammino è molto più breve e le emozioni che lascia non sono da meno. “La bellezza spesso la trovo lì, nella volontà di fermarsi a cercarla e nella capacità di preservarla”, ha scritto Maria Neve in un post su facebook. Accanto allo stagno didattico e ad un laboratorio nuovo, dove i ragazzi delle scuole osservano e sperimentano l’unicità di questo luogo, termina il cammino e non è un caso. Ultima metafora della vita e del suo ciclo inarrestabile, a noi non resta che preservare affinché anche gli altri possano effettuare il loro viaggio.

 

12 Febbraio 2019

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