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Home Territorio

I social network ai tempi del cyberbullismo: cosa fanno i ragazzi?

Redazione by Redazione
9 Giugno 2018
in Territorio, Secondarie, Archivio notizie
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Presentata a Palazzo Cesaroni la ricerca “L’uso del web degli adolescenti. Rischi e opportunità”, commissionata dal Corecom Umbria a Maria Giuseppina Pacilli, docente di psicologia sociale dell’Università degli studi di Perugia. Il 99 per cento degli studenti intervistati usa WhatsApp e quasi la metà di loro ha inviato messaggi privati “offensivi” nei confronti di altri.
Dopo l’illustrazione dei dati si è svolta una tavola rotonda a cui hanno preso parte rappresentati delle Prefetture di Perugia e Terni, dell’Ufficio Scolastico regionale dell’Umbria e della Polizia Postale, l’onorevole Elena Ferrara, promotrice della legge ‘71/2017’, Mario Morcellini, Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Maria Rita Bracchini, vicepresidente di European antibullying network (Ean)-Fondazione Centro Studi Villa Montesca e il

A nove anni si comincia a entrare nella Rete insieme ai genitori, a undici anni si possiede il proprio smartphone. Più del 45 per cento dei ragazzi intervistati per la ricerca che il Corecom dell’Umbria ha commissionato a Maria Giuseppina Pacilli, docente di psicologia sociale dell’Università degli studi di Perugia, ha inviato messaggi privati “offensivi” su WhatsApp (cyberbullismo hard), mentre quasi il 40 per cento degli adolescenti ha escluso qualcuno dai gruppi virtuali almeno una o due volte al mese (cyberbullismo soft): la ricerca è stata presentata stamani a Palazzo Cesaroni, seguita da una tavola rotonda sui dati emersi.

La presidente dell’Assemblea legislativa Donatella Porzi ha introdotto i lavori ricordando la legge contro il cyberbullismo, di iniziativa della stessa Porzi e del consigliere Silvano Rometti (SeR), recentemente approvata dall’Aula: “Contro il cyberbullismo la Regione si è dotata di una specifica norma, a dimostrazione che riteniamo importante impegnarsi nel contrasto a questa violenza che colpisce i nostri ragazzi. Certo, la nostra legge non cambierà il mondo, ma se cambiasse la vita anche di una sola persona, di un ragazzo che sta soffrendo, la potremmo considerare già un successo”.

Il presidente del Corecom Umbria, Marco Mazzoni, ha detto che i dati contenuti nella ricerca “permettono di individuare, dopo un’indagine conoscitiva molto approfondita, come gli adolescenti usano il web e quali eventuali interventi attuare in maniera mirata per la prevenzione di fenomeni come quello del cyberbullismo, per cui è necessario l’impegno da parte di tutti, scuola e istituzioni”.

Quindi la docente Maria Giuseppina Pacilli ha illustrato i dati della ricerca: “Abbiamo chiesto a 901 adolescenti frequentanti le scuole superiori di Perugia e Terni come usano i media e su quali piattaforme interagiscono: è importante sapere come avviene l’accesso a internet, il 78 per cento si collega da smartphone. Fino a qualche anno fa, invece, avveniva attraverso il computer di casa, in una maniera più condivisa rispetto a quanto avviene oggi, con i ragazzi che parlano raramente o mai con i propri genitori e mai si fanno aiutare da loro di fronte a qualcosa che li turba on line. Il 96,3 per cento dei partecipanti ha un profilo sui social network, solo il 30 per cento ha un profilo completamente privato.
Secondo quanto dichiarano, i ragazzi passano in media tre ore al giorno sui social, ma si può ritenere a ragion veduta che questo dato è approssimativo per difetto, vale a dire che sottostimano il tempo trascorso in rete o comunque non lo sanno quantificare.
I social network sono usati anche di notte, quando non solo disturbano il sonno ma provocano difficoltà di concentrazione. Il mezzo più usato è WhatsApp: il 99 per cento dei ragazzi usa questa applicazione, non sanno per quanto tempo ma la usano a lungo. Nel farlo, un considerevole numero di ragazzi diviene attore, spettatore o vittima di episodi di cyberbullismo, che può essere definito ‘soft’ nei casi in cui si esclude qualcuno da un gruppo, ma le conseguenze di ciò su un giovanissimo non sono tanto leggere, mentre quello ‘hard’ si rivela attraverso comportamenti di manifesta ostilità. Più della metà dei ragazzi intervistati, il 61,6 per cento, ha escluso qualcuno, mentre il 91 per cento ha dichiarato di aver assistito almeno una volta negli ultimi due mesi a episodi di cyberbullismo. Ben il 28 per cento ha ricevuto richieste di foto nude di sé. La ricerca ha dimostrato la centralità del web e il fatto che il virtuale è reale”.

SCHEDA – I DATI
Nella ricerca sono stati INTERVISTATI 901 adolescenti umbri (63% femmine) di età compresa tra i 15 e i 20 anni, frequentanti gli istituti di scuola superiore delle province di Perugia (58.9%) e Terni (41.1%).

TUTTI CONNESSI
Dai DATI emerge che il 78.1% degli adolescenti umbri naviga su internet sempre accedendo da Smartphone, mentre solo il 5.5% si collega accedendo sempre dal computer. Gli adolescenti umbri sono ONLINE GIÀ DALL’INFANZIA: usano internet per la prima volta insieme ai genitori in media all’età di 9.5 anni, la prima volta da soli all’età di 10.89, mentre hanno il primo smartphone personale a 11.72 anni. L’uso dei SOCIAL NETWORK è parte integrante della loro vita: il 96.3% POSSIEDE UN PROFILO su almeno un social network. Quelli più usati sono Facebook (87%) e Instagram (85.4%). Il 28.1% passa dalle 3 alle 5 ore al giorno sui social network, mentre il 24.6% ci passa così tanto tempo da non saperlo quantificare. Il 39.4% resta sveglio di notte più volte a settimana per usare i social network. Il 99% usa WhatsApp e il 45.8% lo usa per così tanto tempo al giorno da non saperlo quantificare.

DEBOLE MEDIAZIONE DEI GENITORI nel rapporto fra adolescenti e internet: il 37.1% parla raramente o mai con i genitori di quello che fa su internet, il 56.3% condivide mai o raramente le attività svolte su internet con i genitori, l’83.6% si fa aiutare mai o raramente di fronte a qualcosa che crea fastidio online.

CYBERBULLISMO. La ricerca distingue tra forme HARD (episodi più evidenti e violenti, come le minacce e le intimidazioni online) e forme SOFT (la parte sommersa del fenomeno costituita da comportamenti non esplicitamente violenti e minacciosi). I risultati mostrano come l’esclusione di qualcuno dai gruppi virtuali è l’episodio di soft cyberbullismo più frequente: il 36.8% dei partecipanti ha escluso qualcuno almeno una o due volte al mese su WhatsApp. Parlando invece di forme più pesanti di cyberbullismo il 29.9% degli intervistati ha mandato messaggi offensivi o cattivi su gruppi WhatsApp, il 45.1% lo ha fatto in conversazioni private su WhatsApp e il 20% in conversazioni private sui social network. Le minacce costituiscono l’episodio di cyberbullismo meno diffuso: il 9% ha minacciato qualcuno pubblicamente sui social network, l’11.8% lo ha fatto privatamente, mentre e il 16.4% lo ha fatto su WhatsApp.

Tra coloro che hanno dichiarato di aver SUBITO AZIONI OSTILI e aggressive queste avvengono perlopiù su WhatsApp (26.9%) rispetto ai social network (7.9%). Su WhatsApp il 26.4% è stato escluso almeno una o due volte al mese da un gruppo, il 31.6% ha ricevuto messaggi offensivi o aggressivi in via privata, mentre il 21.9% li ha ricevuto su gruppi. Complessivamente sui social network, il 21.8% ha ricevuto insulti o commenti negativi per l’aspetto fisico o il modo di vestire, il 13% per la religione e il 13.5% per l’orientamento sessuale.

La ricerca evidenzia che la facilità e la frequenza con cui i nativi digitali usano il web non si traduce automaticamente in COMPETENZE DIGITALI in grado di mettere gli adolescenti al riparo dai rischi presenti online, primo fra tutti il cyberbullismo. Inoltre mostra come il cyberbullismo sia solo la punta dell’iceberg: una cospicua parte del fenomeno resta SOMMERSA, non denunciata o raccontata, perché corrisponde a quelle forme meno violente ed eclatanti di ostilità online che non vengono riconosciute dai protagonisti come veri e propri episodi di cyberbullismo.

 

INTERVENTI

Dopo l’illustrazione della ricerca sono seguite due tavole rotonde, coordinate dai consiglieri del Corecom Umbria, Stefania Severi e Maria Mazzoli. Dagli interventi è emersa una difficoltà per i ragazzi nel saper individuare le emozioni e gestire i sentimenti, ma anche la necessità di aumentare la consapevolezza e la competenza digitale di tutti i soggetti coinvolti.

Per Loretta Rapporti (Ufficio scolastico regionale) “serve un’educazione dei genitori all’uso dei social network. Con l’eccessivo uso delle tecnologie il rischio per i ragazzi è la perdita delle relazioni vere, del contatto con lo sguardo, fino ad arrivare a difficoltà nel manifestare emozioni. La formazione è importante a partire dalla scuola”.

Secondo Maria Rita Bracchini (Vice presidente European antibullying network- Fondazione Villa Montesca) “con le tecnologie le emozioni non sono provate ma rappresentate. I nostri ragazzi non riescono più ad arrossire perché non provano emozioni fondate sull’immediatezza. Serve recuperare il ruolo delle comunità educanti”.

L’ispettore della polizia postale Mirko Gregori ha racconto la sua esperienza negli incontri nelle scuole, sottolineando come “uno dei problemi per i ragazzi sia che gli adulti li abbiano lasciati soli nell’uso delle tecnologie, a volte per la poca conoscenza degli strumenti”.

La senatrice Elena Ferrara ha parlato della legge ‘71/2017’, di cui è stata promotrice: “una legge partecipativa e non sanzionatoria, che promuovere il protagonismo degli adolescenti. Ora dobbiamo lanciarla in Europa perché serve una maggior massa critica, anche nei confronti delle imprese digitali”.

Il professor Rolando Marini (Università per gli stranieri di Perugia) ha centrato il suo intervento sulle “criticità del rapporto delle società contemporanee con le tecnologie e sulle diseguaglianze nel saper governare le tecnologie. Dobbiamo costruire competenze, consapevolezza e capacità di intervento da parte di tutti gli attori coinvolti”.

Il professor Mario Morcellini (Commissario dell’Autorità per le garanzie nelle Comunicazione) ha ricordato la necessità di “un’attenzione alle responsabilità di ognuno e di un cambio di atteggiamenti mediali. Oggi la comunicazione è la prima nemica della socializzazione. Serve un’etica contemporanea, ripartendo dalla scuola per restaurare il processo formativo. E soprattutto serve reinvestire sulle figure di mediazione, perché senza mediazione non c’è cultura. Serve una più forte consapevolezza digitale”.

(Fonte: Regione Umbria)

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