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Home Cronaca

Le 4 ragioni di #SaveOrvieto per dire no all’ampliamento del secondo calanco della discarica “Le Crete”

Redazione by Redazione
2 Novembre 2017
in Cronaca, Secondarie, Archivio notizie
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da #SaveOrvieto

Il percorso individuato dalle istituzioni locali, dalla Regione e dall’Auri rispetto alle ipotesi dell’ampliamento del secondo calanco della discarica “Le Crete” dal punto di vista delle tappe e della condivisione delle scelte, non fa una grinza. Sta nella legalità del processo decisionale. Le parole del Sindaco Germani evidenziano che il parere suo personale e anche del Consiglio Comunale resta negativo. Ma sta nelle prerogative della Regione e anche della Sao-Acea quello di ipotizzare il superamento del parere negativo con un progetto che sia nello stesso tempo innovativo e che ridimensioni le quantità. Il tutto, però, si deve legare al nuovo piano di gestione regionale dei rifiuti che, ad oggi, esiste solo nelle parole dell’assessore regionale competente, in quello dei tecnici, nelle linee di indirizzo che sono state declamate ma che, sulla carta, ancora non esiste. Dunque qui va fatta la prima riflessione.

Prima di quel progetto regionale sulla gestione dei rifiuti non ci può essere alcuna ridefinizione del progetto di Sao Acea. Se questo accadesse prima sarebbe come dire che il nuovo piano regionale dei rifiuti – che troverebbe la luce in una fase successiva – possa essere disegnato tenendo presente il progetto dei privati. Sarebbe illegale. Oppure che il progetto di Acea-Sao venisse realizzato sapendo già quelli che sono gli obiettivi del piano Regionale e, anche in questo caso, significherebbe che un privato viene avvantaggiato dal pubblico che è come se dicesse: “guarda, noi stiamo per stabilire questo e quindi tu facci una proposta che è risolutiva delle nostre esigenze”. Il primo elemento dunque è: non può esistere nessun progetto Sao-Acea discutibile in Consiglio comunale prima della definizione e pubblicazione del nuovo piano regionale dei rifiuti.

La seconda considerazione deve essere fatta tenendo presente le linee di indirizzo. Se si va verso la definizione di un progetto di gestione del rifiuto che preveda la termovalorizzazione del rifiuto non recuperabile fuori regione? Si definiscono gli accordi per la termovalorizzazione con altre Regioni? Si termovalorizza in Toscana? Allora – essenzialmente dal punto di vista del business – ha senso che quel tipo di rifiuto venga compostato e preparato per il trasporto al confine umbro più vicino a quello della termovalorizzazione. Potrebbe essere Orvieto? Se così fosse questa potrebbe essere la soluzione. Ma in questo caso, se l’idea è quella di non mettere più nulla in discarica, la domanda è spontanea: a cosa dovrebbe servire l’ampliamento del secondo calanco se non ad allargare la possibilità di mettere discrete quantità di rifiuti ma in tempi brevissimi e quindi immaginare che a Orvieto ci sia comunque un “buco” dove sia possibile mettere rifiuti anche rispetto ad emergenze provenienti da altre Regioni, risolvendo il tema della solidarietà territoriale ma offrendo la possibilità alla proprietà della discarica di guadagnare gli ultimi quattrini facili sfruttando il territorio sino alla fine.

La terza considerazione è proprio sul piano regionale dei rifiuti. Ci auguriamo che venga fatto tenendo presente i criteri che legano l’impiantistica territoriale per la trasformazione del rifiuto alla destinazione del prodotto che quell’impianto realizzerà. E’ un po’ quello che dicevamo prima. Se recuperi il vetro, l’impianto fallo vicino a chi può riutilizzarlo; se recuperi la plastica fallo vicino al territorio in cui opera quell’azienda che la tratta; se recuperi i componenti elettrici fai altrettanto, se produci compost pure. Insomma, non fare impianti per la trasformazione del rifiuto lontani da quei territori che poi tratteranno il prodotto frutto della trasformazione. Non servono impianti sovradimensionati o raddoppi di impianti.

La quarta ed ultima considerazione è legata alle dimensioni degli impianti. L’Umbria è una Regione piccola che non può immaginare in alcune sue realtà impianti sovradimensionati che necessitino materia prima (rifiuti) provenienti da altre Regioni. Per impianti capaci di trattare i rifiuti di altre Regioni servono aree a vocazione industriale, dotate di infrastrutture logistiche e di trasporto. Se si pensa a questo si evita di costruire cattedrali nel deserto che avrebbero dei costi di produzione superiori ad altre aree del territorio nazionale più vocate a questa tipologia di business. Un amministratore che amministra “come buon padre di famiglia” questo se lo deve porre di problema.

Insomma, diamo “assetto” al piano regionale dei rifiuti, tenendo presente le nostre dimensioni e la nostra vocazione. E poi, i soldi che risparmiamo in una impiantistica “gigante” o “sovradimensionata” mettiamoli in altri capitoli di bilancio come la riqualificazione di un’area devastata dal punto di vista ambientale come il ternano e le zone che possono scommettere sempre di più sulla propria vocazione che è turistica, agricola, ambientale ed enogastronomica di qualità.

 

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