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Home Territorio

Patrimonio pubblico, Com: “La destinazione e la gestione dei beni strategici non si può lasciare al caso”

Redazione by Redazione
23 Gennaio 2017
in Territorio, Secondarie, Archivio notizie
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Riceviamo e pubblichiamo da Com – Comunità in Movimento

Lo sapevamo da un pezzo che la mancanza di sguardo lungo non permette di affrontare seriamente i problemi che pure sono evidenti e urgenti. Proprio per questo CoM, Comunità in Movimento, è nata con funzione di proposta e di stimolo. Quel principio vale certo in generale per il governo della cosa pubblica, e però in modo del tutto particolare vale per la destinazione e la gestione appropriata del patrimonio, che è l’aspetto al centro di questo intervento.
Parliamo del patrimonio pubblico di Orvieto naturalmente, che è notevole e che però non esaurisce il “parco patrimoniale cittadino” di pregio da prendere in considerazione nel caso di una grande operazione di valorizzazione della città (ad esempio mediante la costituzione di un apposito fondo a carattere pubblico-privato che includa dunque anche il patrimonio privato in disuso e suscettibile di valorizzazione). Ma restiamo ora per il nostro ragionamento al patrimonio pubblico.
Tre questioni importanti, che stanno da tempo come in giacenza e che ogni tanto riemergono – è avvenuto di recente quasi contemporaneamente – avvalorano la nostra convinzione. Si tratta della sorte dell’ex ospedale, del carcere e delle scuole del centro storico. Tutte e tre indicano che le soluzioni non possono essere lasciate al caso e richiedono al contrario di essere collocate in una visione generale della città e del territorio, una visione strategica ideata e governata. Vediamo perché.
La storia dell’ex ospedale ha davvero dell’incredibile, se si pensa a come quel grande e prezioso edificio è stato usato e poi lasciato andare in degrado a fronte della sua consistenza, della sua posizione e delle sue potenzialità. Sembra che oggi si voglia vendere, peraltro ad un prezzo davvero miserrimo. Sul serio non si poteva trattare con la Regione una soluzione diversa da questa? E comunque deve proprio essere questa la soluzione finale, vendere e basta, senza sapere esattamente che cosa ci si farà? A che cosa è servito allora un dibattito centrato su esigenze magari di per sé valide, ma solo intuite e soprattutto non contestualizzate, senza porre la questione vera, che è che cosa ci si fa come tassello di una prospettiva? A che cosa è servito isolare le proposte di una nuova destinazione da un’idea organica e lungimirante del ruolo della città? A lasciare infine la soluzione al caso?
La questione del carcere è diversa ma per certi versi anche simile e si può riassumere in una breve sintesi. Anche questa non nasce oggi, essendo legata alla variazione delle strategie di amministrazione della giustizia. Oggi riemerge perché stanno cambiando gli orientamenti delle modalità ritenute più efficaci, più giuste e più economiche, per l’espiazione della pena. Si tenderà sempre più, oltre che a prevenire, sia a potenziare le modalità alternative al carcere sia a riorganizzare la funzione degli istituti di pena, per cui di carceri ne serviranno di meno e quelli che resteranno avranno funzioni molto specifiche. Questo almeno si capisce dal dibattito aperto sia in Italia che in altri Paesi e da ultimo dalla relazione sullo stato della giustizia del Ministro Andrea Orlando al Parlamento. Il carcere di Orvieto resterà? L’allarme è stato lanciato in questi giorni dal Sappe, il sindacato degli agenti penitenziari, a seguito di una proposta di riconversione del carcere di via Roma da “Istituto a Custodia Attenuata” a “Casa di Reclusione a media sicurezza”, in sostanza un ritorno alla situazione antecedente, cioè un ritorno indietro, che viene visto appunto come preoccupante. Di questa cosa nemmeno si discute, come se non riguardasse la città, il suo oggi e soprattutto il suo domani. Non sarebbe il caso di chiedersi che cosa succederà se per caso alla fine della storia il carcere dovesse essere chiuso? Lasceremo anche qui la soluzione al caso?
La storia degli edifici ad uso scolastico nel centro storico è ancora più complessa e non può essere ripercorsa qui. Basterà dire che essa si lega strettamente alla storia non solo degli indirizzi di studio e del loro grado di attrattività ma alle decisioni di accorpamento che si sono susseguite dagli anni ’90 in poi. Ciò che è chiaro è che è difficile riscontrare da molti anni a questa parte una politica scolastica con l’obiettivo di rendere funzionali gli edifici alle esigenze didattiche, con al centro le esigenze formative degli studenti e non gli interessi di un luogo o di soggetti particolari. Ora la questione è esplosa di nuovo all’improvviso nel solito modo confuso e manovriero, quasi per dispetto, per iniziativa di qualche docente, sembra per il venir meno di piccoli privilegi.
La domanda però è questa: esiste o no l’esigenza di un sistema scolastico davvero moderno, di cui la funzionalità degli edifici sia parte essenziale? Se si, ed è si, siamo sicuri che le scuole debbano e possano restare dove sono? E nel caso, come e dove risolvere il problema? Ancora una volta la soluzione la vogliamo lasciare al caso?
Tre esempi, che sembrano isolati, ma che non lo sono affatto, e che peraltro si rapportano strettamente agli altri non pochi problemi di un uso appropriato del grande patrimonio pubblico della città, a partire ovviamente dall’ex Piave. Una lunga serie di errori, di ritardi e di sottovalutazioni, oltre che di scelte fatte sotto pressione di interessi particolari, ha portato ad un tale groviglio di questioni che solo con un colpo d’ala, un’idea progettuale complessiva e prospettica che funga da quadro per soluzioni coordinate, può farci sperare nell’avvio di un percorso che passo dopo passo porti al loro posto i diversi tasselli del puzzle. È davvero difficile accettare come normale che un patrimonio pubblico di questa consistenza e di questa qualità, invece che essere visto come occasione di sviluppo, sia diventato al contrario un peso di cui sarebbe meglio liberarsi, come stanno lì a dimostrare la ex Piave e l’ex ospedale.
CoM si sta occupando proprio di questo. A nostro parere la questione dell’uso del patrimonio pubblico ha ormai natura sia pratica che simbolica, nel senso che ad essa sono oggettivamente agganciate le prospettive di futuro della città e del suo ruolo in un vasto ambito territoriale. Essa riguarda infatti l’esercizio delle funzioni pubbliche, non solo di quali funzioni ma di come vengono esercitate, per chi e per quali obiettivi complessivi. Su tali basi ci auguriamo che si apra un dibattito serio con la partecipazione di tutti, a partire dai soggetti cui è stato affidato il compito di reggere oggi le sorti della città. Noi avanzeremo proposte proprio con questo intento.
Perciò non si può prescindere dal porsi in un’ottica generale, avendo una visione essenziale della linea di marcia, tale da guidare le scelte in modo razionale, cioè non improvvisato, sotto la spinta di urgenze, di quel “facciamo presto” che mai è accompagnato da quel “facciamo bene” che è anche garanzia di qualità e di durata.
CoM condensa tutto questo nell’espressione “De Urbenova”, con cui si vuole indicare la necessità e insieme la possibilità di una città nuova che metta a sistema le sue grandi potenzialità. Una città nuova perché discute di se stessa, di dove vuole andare perché sa che ci può andare, e coinvolge il centro storico, tutto, e le frazioni, tutte, e guarda al territorio con le sue potenzialità, tutte, per immaginare un futuro che è sensatamente possibile. C’è bisogno dunque, lo ripetiamo, di una visione, con l’ambizione di governare i processi, l’unico modo oggi ancor più di ieri di essere capaci di realtà. Il governo delle cose essenziali non può essere lasciato al caso.

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