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Home Territorio

A tavola con gli antichi Etruschi, cosa si mangiava sulla Rupe 3mila anni fa. Lo rivelano i resti rinvenuti nello scavo di Ripa Medici

Redazione by Redazione
26 Gennaio 2017
in Territorio, Secondarie, Archivio notizie
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Affreschi dalla tomba Golini di Porano con scena da una cucina etrusca

ORVIETO – Lo scavo della cavità in via Ripa Medici, quella “strana”, a forma di piramide tronca, riempita attorno alla metà del V secolo a.C. con moltissimo materiale archeologico, ha iniziato a svelare anche una componente relativa ai resti botanici e zooarcheologici che i nostri antenati Etruschi portavano sulle loro tavole.
La collaborazione con il team statunitense del St. Anselm College (prof. David George) ha concesso di ampliare le collaborazioni a prestigiosi istituti di ricerca internazionali che hanno iniziato a “leggere” la gran messe di dati che è possibile estrapolare dai numerosi resti ossei catalogati e dalle operazioni di flottazione (una setacciatura che consente di recuperare anche le più piccole particelle contenute nel terreno di scavo, come i semi ed i resti di polline).
Ricercatori da Oxford, sotto la direzione della dott.ssa Angela Trentacoste, hanno esaminato più di 2700 frammenti di ossi animali rinvenuti all’interno della cavità 254. Il quadro che ne emerge è di estremo interesse: in massima parte si tratta di animali d’allevamento (ca. il 96%): suino, pecora e/o capra (in gergo archeologico caprovini) e pochi frammenti di bovini. Gli esemplari di maiale e pecora sono pertinenti ad individui in giovane età (animali da macello), mentre per i bovini è il contrario, si tratta di individui adulti.
Poiché sugli ossi compaiono numerosi segni di ulteriore lavorazione, si potrebbe ipotizzare che fossero stati portati sul pianoro più per farne manici di coltelli od elementi decorativi in osso che come fonte di cibo.
Poche le attestazioni di selvaggina (tasso, lepre, cinghiale, cervo e forse una volpe). Per i volatili ci sono interessanti informazioni: sono stati recuperati i resti di pollo, palomba, taccola, storno e civetta. Non sembrano attestati resti di piccione, elemento che conforta

Foto di Daniel George – cavità 254

nella datazione ad epoca medievale dei nostri colombari ipogei.
Un frammento di femore di gallina ha consentito il recupero di parte del midollo, poi analizzato con la tecnica del C14, e databile al pieno VI secolo a.C.; si tratta di una delle prime attestazioni dell’allevamento di galline in Etruria per la produzione di uova, come sembra suggerire l’appartenenza del campione analizzato ad un soggetto di età “avanzata”, per la presenza di caratteristici depositi di calcio utili alla formazione del guscio delle uova (sembra che i nostri progenitori già conoscessero il detto “gallina vecchia fa buon brodo”).
I resti ossei di palomba selvatica, secondi solo a quelli del pollame, indicherebbero invece un interesse marcato nel consumo di questi animali, con interessanti implicazioni per la nostra tradizione culinaria, che forse potrebbe essere retrodatata di molti secoli, per la felicità di un noto esercizio di ristorazione legato a questo piatto.
Nel corso del 2016 sono stati anche analizzati alcuni dei resti paleobotanici e recuperati semi e resti per ora non meglio identificabili di cereali, legumi, pula, nòccioli, erbe spontanee associate a numerosi frammenti di legno carbonizzato: il 2017 sarà più concretamente dedicato anche a quest’ultimo campo di ricerca; per il prosieguo dello scavo sarà importante il sostegno di una prestigiosa fondazione tedesca, la Gerda Henkel Foundation (http://www.gerda-henkel-stiftung.de/principles-and-fields-supported?page_id=83615), sempre grazie i contatti orchestrati dal Prof. David George.
Ecco quindi una serie di dati che ci illuminano sulla dieta orvietana avanti Cristo, con implicazioni legate anche alle tecniche di allevamento e macellazione e quindi di carattere economico produttivo. E’ sempre piacevole poter legare la ricerca archeologica, che per sua natura si collega al passato, col mondo contemporaneo, uno sguardo indietro che ci spinge in avanti, senza dimenticare.
In quest’ottica c’è un ulteriore elemento che ci aiuta a sentirci ancora più vicini ai nostri avi e a dipingere l’ambiente domestico nei quali essi vivevano e cucinavano: sono i resti di un gatto domestico che sono una fra le attestazioni più antiche di questo animale in Etruria, il gatto di via Ripa Medici. (Claudio Bizzarri)

 

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