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Home Politica

Economia e politica: forza e debolezza dei pubblici poteri

Redazione by Redazione
3 Aprile 2016
in Politica, Corsivi, Archivio notizie
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di Mario Tiberi

Ride cantando, o canta ridendo, il viandante sorpreso dal rapinatore sulla strada maestra e senza un soldo in tasca (“Cantabit vacuus coram latrone viator”-Fedro-). Chi nulla possiede, nulla deve temere perché nulla gli può essere tolto neanche con la forza pubblica per la sua debolezza privata. Quando non si ha nemmeno un centesimo, viandante e brigante possono stringersi la mano e proseguire insieme il cammino, in pace con gli uomini e con Dio!

Dionigi il Vecchio, tiranno di Siracusa, ad ogni giro di vite sulle tasse inviava degli informatori agli angoli delle vie e delle piazze cittadine affinché gli riferissero sugli umori e sulle reazioni della popolazione. Finché le spie gli riportarono che i Siracusani si comportavano mesti e irosi gli uni contro gli altri e ancor più verso il Ministro pubblicano e impositore, seguitò imperterrito ad aumentare i giri della vite fiscale. Solo quando, dopo l’ulteriore emissione di un nuovo oneroso balzello, gli informatori lo misero al corrente, increduli e stupefatti, di aver visto i contribuenti incontrarsi e abbracciarsi con ilarità e canto gioioso, decretò: “Ora basta! E’ chiaro che oramai nulla resta, per i miei esattori, da portar via ai cittadini”.

Se si aumentano le tasse, accidente a cui il mentitore seriale Renzi sta dando vigoroso impulso, vuol dire che le “casse pubbliche” sono vuote; ma più si accrescono le imposte, dirette o indirette che siano, e più si svuotano le tasche del popolo consumatore: il sistema economico, prima si inceppa e, poi, si collassa fino alla sua totale disgregazione. E’ ciò di cui siamo tutti testimoni nei “mala tempora currunt” che, tristemente, stiamo vivendo sulla nostra viva pelle.

Eppure né il singolo privato né il potere pubblico sembrano volersi avvedere di un tale caos finanziario e, nascondendosi dietro a un dito o celando la verità, si trascinano in avanti alla meno peggio facendo finta di non vedere e di non sentire.

Si prenda l’esempio seguente che valga per tutti gli altri.

Che nessuno abbia la minima esitazione nel chiedere ai tesorieri degli Enti pubblici di cui si compone lo Stato, dai più alti in grado fino agli ultimi, di trarre assegni a vuoto su un conto corrente con saldo in rosso, ossia negativo, pur di veder soddisfatte le proprie esigenze, è arcinoto e non desta granché di meraviglia.

Esiste, per la verità, una differenza fondamentale fra il privato e lo Stato: il privato non può obbligare nessuno acché siano incassati i suoi assegni a vuoto, anzi se tenta l’operazione corre il rischio di essere acciuffato e condotto a guardare il sole a scacchi; ben diverso è il caso dei mandati di pagamento sul disavanzo pubblico, emessi dalle tesorerie statuali, e che prendono il nome di “biglietti al portatore” della Banca d’Italia ieri, oggi BCE, e che posseggono il privilegio del corso forzoso.

A divergenza dei rapporti tra privati e privati, ogni cittadino è invece obbligato ad accettare, in pagamento dei suoi crediti, gli assegni tirati dallo Stato con l’avallo fideiussorio della Banca Centrale.

Matteo Pantaleoni, acutissimo analizzatore di disastri economici, in un illuminante saggio su “La caduta del credito mobiliare” avanzò la teoria dei salvataggi di imprese industriali, agricole e bancarie, arrivando a sostenere che salvataggi se ne possono e se ne debbono fare in ogni momento storico, quando sia in gioco l’interesse pubblico. Ma ad una condizione: che coloro i quali chiedono e coloro i quali autorizzano i salvataggi sappiano, in piena loro consapevolezza, di commettere un atto moralmente condannabile, socialmente iniquo ed economicamente pericoloso.

Moralmente condannabile, perché è male trarre assegni a vuoto ed il male morale non cessa di essere tale solo perché compiuto dallo “uomo pubblico” invece che dal privato. Socialmente iniquo, perché la svalutazione della moneta, conseguente all’aumento della circolazione a scopo di salvataggio, va massimamente a danno delle classi sociali non strutturate, dei ceti medi, dei risparmiatori e dei lavoratori più deboli e indifesi e, tra i lavoratori, di quelli peggio pagati. Economicamente pericoloso, perché con le emissioni a vuoto di “carta straccia” si tamponano per il momento le falle potenzialmente più dannose sugli argini di un fiume in piena; ma il livello della piena continua però a crescere e, dunque, il tamponamento degli argini diventa di giorno in giorno sempre più arduo e gravoso.

Nonostante ciò, quando si è posti dinanzi alla scelta tra un pericolo incombente per l’ordine pubblico ed atti ai limiti estremi della legge si può e, qualche volta, si deve decidere per questi ultimi, divenendo tale scelta una vera e propria necessità politica.

Ecco allora che la politica, come branca nobile della filosofia al pari dell’etica e dell’estetica, si riappropria della sua funzione principe di equilibratrice sociale riducendo al minimo essenziale il concetto, ampiamente diffuso, che il potere pubblico è forte con i deboli e debole con i forti.

Il potere pubblico è sì detentore del diritto ad esercitare con forza la sua autorità; ma che sia una forza non della coercizione e della imposizione, bensì la forza di una giusta e ben calibrata legislazione affinché non si arrivi mai all’aberrante paradosso del “Summum ius, summa iniuria”.

 

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