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Home Politica

L’Albero di Antonia. Lettera aperta alle Istituzioni locali, regionali, nazionali

Redazione by Redazione
20 Gennaio 2016
in Politica, Secondarie, Archivio notizie
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Riceviamo dalla presidente dall’Associazione L’Albero di Antonia, Stefania Bove, e pubblichiamo.

L’associazione L’Albero di Antonia che ha aperto nel 2010 il Centro Antiviolenza (CAV) di Orvieto, vuole sottoporre alle Istituzioni di riferimento alcune riflessioni che riteniamo possano contribuire a riconsiderare il ruolo e l’attività “sul campo” dei CAV nel nostro paese, in materia di sostegno alle donne vittime di violenza e di prevenzione del drammatico fenomeno, sociale e culturale, della violenza di genere.   Tali riflessioni si basano sulla nostra esperienza maturata nei quasi undici anni di attività come associazione di donne, per le donne, ma soprattutto in quanto nel 2015 abbiamo portato a compimento il nostro progetto del “Centro Antiviolenza”, presentato nel bando biennale 2013-2014, della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dip.to delle Pari Opportunità; il bando, prorogato per i primi cinque mesi di quest’anno, era riservato ai CAV ed altre strutture dedicate, con la finalità di ampliare il numero dei servizi offerti alle vittime di violenza e per l’apertura di centri a carattere residenziale. L’opportunità colta dall’associazione ha permesso di ampliare e migliorare i servizi offerti alle donne che si sono rivolte al Centro, di aumentare le attività di sensibilizzazione rivolte alla cittadinanza e di prevenzione rivolte a ragazzi e ragazze delle scuole del territorio, di rafforzare la conoscenza e la formazione della rete territoriale dei servizi esistenti e la predisposizione di pratiche operative con i servizi sociali, le forze dell’ordine e gli operatori sanitari. Le formazioni e le supervisioni periodiche hanno permesso di aggiornare le competenze delle operatrici e formarne di nuove.   La gestione diretta del progetto e dell’importante finanziamento erogato dal Ministero ha permesso un utilizzo snello ed efficiente delle attività programmate, realizzate e documentate dal Centro. L’associazione ha finanziato la propria quota parte del progetto, in partnership con il Comune di Orvieto. L’anticipo della seconda parte del bando è stato sostenuto grazie al sostanzioso prestito, senza interessi, dell’importante e benemerito Trust “Nel nome della donna”, l’associazione di donne che sostiene da anni vari progetti di genere, motivato da finalità solidali fra donne. Le banche locali ci chiedevano elevati interessi sui prestiti, ed inoltre, il bando non permetteva di recuperare gli interessi passivi.   Oggi, a fine bando, l’associazione è molto più forte, competente e determinata nella propria azione. Il finanziamento statale del centri antiviolenza in base alla legge 119/2013, ottenuto dalla Regione Umbria in quanto CAV riconosciuto dal 2015, dovrebbe permettere circa un terzo delle attività precedentemente programmate. Il servizio sperimentale del Codice Rosa, esterno al Centro e prestato presso il locale ospedale, è programmato e finanziato solo fino ad aprile. Per il 2016 l’associazione manterrà i servizi principali del Centro con la sola attività di volontariato delle 19 operatrici formate e con autonome risorse, ma non potrà programmare
Atto costitutivo registrato ad Orvieto l’8/03/2005 N° 404, serie III – C.F. 90011880557
le tante attività precedentemente svolte; anche il ns. progetto di prevenzione ed educazione di genere nelle scuole è in forse, a causa del blocco dei bandi da parte del MIUR.    Al momento la positiva novità sono i nuovi locali del “Centro Antiviolenza L’Albero di Antonia”, appena assegnati in comodato d’uso gratuito dal Comune di Orvieto, che finalmente sana la precarietà della vecchia sede; per tali locali l’associazione sostiene economicamente le utenze. La nostra associazione, certamente privilegiata nel difficile panorama dei centri antiviolenza non sempre raggiunti dai finanziamenti della suddetta legge nazionale, è cresciuta soprattutto grazie al lavoro costante delle proprie socie ed operatrici volontarie.   L’attuale fase di riforme legislative e conseguente strutturazione della rete dei servizi di contrasto e prevenzione alla violenza di genere, dovrebbe meglio valorizzare le competenze, le attività ed il ruolo dei CAV e sostenere maggiormente e con continuità i servizi forniti. Purtroppo il recente panorama legislativo nazionale non sta andando nella direzione indicata dalla Convenzione di Istanbul, come reclamato da molte associazioni (D.i.Re, Telefono Rosa, Udi, Maschile Plurale, Fondazione Pangea) e dai firmatari della petizione nazionale contro il “percorso tutela vittime di violenza”. In particolare l’emendamento Giuliani, approvato dalla Camera lo scorso 15 dicembre, viola la Convenzione di Istanbul e rappresenta un attacco alla libertà delle donne, alla cultura, alla conoscenza ed alla formazione di genere che le associazioni femminili e femministe hanno costruito in Italia. Il “percorso tutela vittime di violenza” assimila la violenza maschile, che colpisce una donna su tre e spesso con esiti fatali, a qualunque altra violenza su soggetti per giunta definiti “deboli”: anziani, bambini, portatori di handicap e omosessuali; tale percorso mette al centro le istituzioni e il sistema burocratico di interventi, negando la consapevolezza alle donne e la loro libertà su quando e se fare denuncia. Anche nel Piano nazionale straordinario contro la violenza sessuale e di genere, previsto dalla legge 119 del 2013, il panorama delineato non è adeguatamente coordinato ed efficace: la distribuzione delle risorse è esigua e sbilanciata nelle attività previste, nonché frammentata senza una regia organica e competente. Il ruolo dei centri antiviolenza è depotenziato in tutte le azioni, ed anche nella rete territoriale sono alla stregua di qualsiasi altro soggetto del privato sociale, senza alcun ruolo se non quello di erogatori di un servizio.   Chiediamo con forza un efficace sistema antiviolenza che tagli la nefasta radice discriminatoria di genere, humus delle violenze sulle donne e dei feminicidi.   La violenza di genere contro le donne non è una questione di sanità o di ordine pubblico, non è una questione privata e un affare lucroso. E’ un grave fenomeno sociale alimentato dalla nostra cultura, che va affrontato con una coerente e seria guida politico-istituzionale, con un approccio integrato che faccia tesoro di trent’anni di esperienza “sul campo” dei CAV, in sinergia fra tutte le forze e le competenze operanti in materia. I relativi finanziamenti dovrebbero essere congrui, snelli e costanti.   Distinti saluti.

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