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Serve un “Progetto orvietano” o non saremo nulla

Eppur si muove. Vale la pena dirlo. Eppur si muove il dibattito locale sul futuro del nostro territorio orvietano all’interno dei futuri scenari che la legge di riordino delle province definisce non più rinviabile. Ed è un fatto sicuramente positivo se affrontato con criteri di oggettività, innanzitutto dalla classe politica locale. Il contributo di Fausto Galanello prima e di Stefano Olimpieri poi, che venne sollecitato anche da noi consiglieri provinciali eletti nell’Orvietano qualche settimana fa, è importante perché prova ad analizzare i motivi per cui si è arrivati ad un regionalismo mancato. Ma personalmente ritengo che di fronte a quel che accadrà si possono immaginare due sole strade. La prima, in assenza di un progetto concreto che parte dal nostro territorio, è quella di una ulteriore marginalizzazione dell’Orvietano, tanto politica che economica.

L’altra strada  si dovrebbe invece basare su un progetto che sappia rispondere coralmente ad un’unica domanda:  che cosa è meglio per noi? E questa domanda, che è certamente un concetto articolato, è l’unica possibilità che abbiamo per “ridefinire” un progetto di rilancio complessivo del nostro territorio.

Provo così ad abbandonare il ragionamento su “cosa sono stati questi 40 anni” – perché sul tema si rischiano divisioni incolmabili – per passare al ragionamento “come vogliamo che siano i prossimi 40 anni”, sul quale, a mio avviso, si possono trovare essenziali punti di convergenza fra le diverse culture politiche del nostro territorio.

Qualsiasi progetto futuro, infatti, è essenzialmente legato alla progettualità che l’Orvietano saprà esprimere. E per fare questo, innanzitutto, bisogna ricominciare a “parlarci”. Da una parte è irrinunciabile una discussione interna al centrosinistra. Dall’altra è irrinunciabile anche una discussione all’interno del centrodestra. Questo perché il primo elemento da superare è proprio all’interno della politica: frammentata, divisa, allo sbando, è stretta fra ragionamenti che hanno perso la bussola sui temi comuni perché impegnata a discutere sulle proprie divisioni interne.

Ed allora il primo obiettivo dovrebbe essere quello – e parlo per la mia parte – di una profonda discussione nel centrosinistra per comprendere quali punti unitari e fondamentali ci debbano stare all’interno di un progetto per l’Orvietano del futuro. E mi sento di consigliare, al centro destra, di provare a muoversi nello stesso modo.

Chiariti i punti all’interno delle due culture politiche, si dovrebbe dar vita ad una conferenza fra tutti gli amministratori eletti nell’orvietano per comprendere che idee comuni si possono mettere in campo a tutela del territorio. Un progetto unitario che sappia sacrificare per una fase le appartenenze e che dia un elemento di coralità ad alcune idee che questo territorio deve avere la capacità di porre unitariamente e con forza nella discussione complessiva che sta affrontando la regione e il paese.

Fino a questo punto solo le linee generali e bla bla bla, lo ammetto.

Ma è possibile però fornire alcuni elementi per una discussione che può portare all’individuazione di argomenti da discutere che si potrebbero trasformare in progetti comuni.

Qual è la nostra idea di sanità per il territorio? E’ possibile valorizzare la nostra sanità se l’intervento pro capite della Regione sull’Orvietano è molto inferiore alla spesa che viene pianificata in altri territori? Che si può fare per ottenere almeno quel minimo risultato? E come è possibile un rilancio del nostro ospedale che, sulla carta, sarebbe davvero in grado di dare risposte anche a territori extraregionali come quello laziale penalizzato dalla drastica riduzione dovuta alla pressoché chiusura di Montefiascone e Acquapendente?

E sulla questione giustizia. E’ proprio archiviata la chiusura del Tribunale di Orvieto o, come si sta lavorando come intergruppo “orvieto bene comune”, restano aperte possibili strategie con Viterbo per salvare Orvieto e offrire a quel territorio la possibilità di una Corte d’appello, visto che i confini della riorganizzazione degli uffici giudiziari vanno oltre quelli regionali?

Qual è la risposta fondamentale che si può dare alla più grande azienda del territorio che si chiama pendolarismo? E’ possibile agevolare queste 1800 persone che quotidianamente partono dal nostro territorio per andare a lavorare verso Roma. Sappiamo quanto incide il contributo di questi lavoratori pendolari sul Pil del territorio? E sappiamo quanto la difficoltà di collegamenti tra Roma e l’orvietano possa comprimere un utile sviluppo del pendolarismo che, in caso contrario, potrebbe attrarre verso il nostro territorio altri cittadini in fuga dalla Capitale? Quale rapporto tra il nostro territorio e quello di Roma? E’ possibile impostare strategie per definire l’orvietano vero luogo di adozione per i romani, coordinando e realizzando iniziative comuni?

E sugli aspetti di alta formazione, è davvero impossibile immaginare nuove strade che ci permettano accordi con l’Università della Tuscia, con la Sapienza senza irritare – come accaduto nel passato – la lontanissima università di Perugia?

Quali possibilità abbiamo per valorizzare i nostri aspetti turistici? Perché non è possibile ridiscutere sull’ipotesi che venne lanciata anche dall’allora Vescovo Giovanni Scanavino su Orvieto Santuario del Corpus Domini? E’ perseguibile la strada del turismo religioso? Perché il solo immaginare quel fatto ha portato ad una immediata negazione della possibilità? Forse si sarebbe penalizzato il turismo religioso verso Assisi? Ma Orvieto e Assisi non stanno nella stessa Regione? Non si dovrebbe rispondere quindi nello stesso modo alle aspettative dei territori, perseguendo la valorizzazione armonica delle possibilità per tutti? E di fronte ad un Giubileo che si apre, come è possibile affrontare ragionamenti non esclusivamente sporadici con un territorio cerniera come quello del viterbese. E la dimensione congressuale della città di Orvieto? Può essere raggiunta solo con un palazzo dei congressi o forse è Orvieto tutta che deve diventare città congressuale avendo come primo obiettivo quello di potenziare la propria ricettività e creando un auditorium anche più grande degli “striminziti” quattrocento posti del Palazzo del Popolo.

E il futuro delle Caserme? Aspettiamo davvero che il governo le scippi mettendole all’interno della società immobiliare nazionale che ne provvederà alla vendita dei beni non valorizzati dagli enti locali solo con lo scopo di ridurre il debito pubblico italiano e senza alcun beneficio per il nostro territorio? Ma senza alcun progetto vero, forte, possibile si potrebbe negare al governo questa possibilità?

E sull’altro grande tema legato alla “monnezza”. Qual è il ruolo vero che vuole avere questo territorio? Che possibilità reali ci sono per un progetto di riciclo e riutilizzo del rifiuto che permetta di trarre beneficio da un comparto economico che ha così fortemente fatto discutere il nostro territorio? E l’imprenditoria locale è pronta a investire su questa ipotesi?

Penso che solo cominciando a discutere sui contenuti  si possa poi disegnare anche il futuro riorganizzativo e politico del nostro territorio. Solo sapendo “ciò che serve” si può definire se occorrono 3, 5 o 12 unioni dei comuni, se serve una Provincia di Terni che accolga altri territori ora inseriti nei confini perugini.

Fausto Galanello e Stefano Olimpieri, in modo diverso, dicono che si è fatta l’Umbria ma non si sono fatti gli umbri. Ma anche l’Orvietano, ultimamente, sembra un territorio che ha perso la sua capacità di “ragionare” insieme.

Mettiamo caso che dovessimo riflettere, per esempio, sulle spinte secessioniste, definiamole così, che stanno interessando ora Terni con il referendum “antiperugino” e dovessimo calare questa ipotesi nell’Orvietano, ci accorgeremmo di quanto noi stessi saremmo frammentati.

Per esempio non penso che territori come quello dell’Alto orvietano possano soffrire molto della possibilità di diventare provincia di Perugia. Penso che ad Orvieto e in altri comuni come Porano, Castel Giorgio, Castel Viscardo, e Allerona si potrebbe pensare a Viterbo come area di riferimento. Penso che Baschi e Montecchio si sentano più legati proprio all’area ternana. Ed allora mi viene da dire che forse anche l’Orvietano è stato politicamente disegnato ma poi questa orvietanità non è eccessivamente sentita.

E la ragione è semplice. L’Orvietano è stato e resta un territorio di cerniera. E la propria forza e il proprio peso lo può acquisire mantenendo con forza questo suo ruolo che, in un certo senso, è di autonomia. Come ho detto più volte negli ultimi tempi, l’unica arma che abbiamo in nostro possesso è darci progetto. Stabilire cosa abbiamo e cosa ci serve. Poi stabilire le alleanze necessarie e definire il quadro istituzionale di riferimento giocando un ruolo da protagonisti. Utopico? Una domanda come risposta. Ma quando si abbozzò il progetto Orvieto, a quanto lo avrebbero “dato” i book makers? Eppure quel progetto fu di grande impatto politico ed economico per il nostro territorio e ne determinò un importante sviluppo economico di lunga durata. La classe politica del nostro territorio, le forze imprenditoriali e sociali possono avere quella stessa lungimiranza e quella stessa capacità per pensare un progetto Orvietano? Se non ne discutiamo nemmeno tutto diventa impossibile.

Giorgio Santelli – consigliere provinciale eletto nell’orvietano

4 Settembre 2012

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