Oggi salutiamo Renato Formiconi, ma ci sono uomini che non possono essere contenuti nella misura di un addio, perché la loro vita è entrata nella vita degli altri e lì continua a lavorare, come una radice nascosta che sostiene la terra anche quando l’albero non è più visibile.
Renato era un Compagno. Non per appartenenza formale, non per abitudine o per nostalgia, ma per scelta morale. Essere Compagno significava, per lui, sapere che il dolore di una persona non è mai soltanto privato, che la povertà non è una colpa, che la solitudine è spesso la prima forma dell’ingiustizia e che i diritti cominciano a esistere quando chi è solo scopre di non esserlo più.
Apparteneva a una generazione che considerava la politica una cosa seria: non il luogo nel quale affermare se stessi, ma quello nel quale assumersi la responsabilità della vita degli altri. Renato scelse di stare dalla parte dei lavoratori, dei braccianti, dei contadini e dei pensionati; dalla parte di chi aveva meno voce, ma non minori ragioni.
Fu protagonista delle lotte per l’emancipazione contadina, quando uomini e donne lavoravano terre che non potevano chiamare proprie, con le mani indurite dai calli e gli occhi pieni di una dignità che nessuna fatica era riuscita a spezzare. Renato non parlò al loro posto. Camminò accanto a loro.
Quelle lotte permisero a molte famiglie orvietane di ottenere terre e casali. Parole che oggi possono sembrare burocratiche, ma dietro ciascuna di esse c’era una vita che cambiava: una famiglia che smetteva di dipendere dalla volontà altrui, una casa che diventava finalmente casa, dei figli ai quali veniva restituito il diritto di immaginare il futuro.
Questa fu la politica di Renato: non la promessa della libertà, ma la libertà resa concreta. Una terra da lavorare come propria. Una pensione dignitosa. Un servizio accessibile. Una porta che restava aperta quando tutte le altre sembravano chiudersi.
Fu dirigente sindacale, guidò la Confederazione Italiana Agricoltori locale, fu presidente della Comunità Montana e diresse per dieci anni lo SPI CGIL di Orvieto. Ma gli incarichi non bastano a raccontarlo, perché Renato non occupava i ruoli: li trasformava in strumenti di tutela, ascolto e cambiamento.
Conosceva il territorio attraverso i volti prima che attraverso le mappe. Dietro una vertenza vedeva una famiglia; dietro una pratica previdenziale, una vita di lavoro; dietro una richiesta di aiuto, la paura di essere dimenticati. Sapeva che non esistono problemi piccoli quando riguardano la dignità di una persona.
Per questo Renato era un dirigente, ma soprattutto era un Compagno. Un dirigente può essere nominato e sostituito. Un Compagno viene riconosciuto quando le cose si fanno difficili, quando bisogna scegliere tra il silenzio conveniente e la parola necessaria, tra la neutralità e la responsabilità.
Renato sapeva da che parte stare.
Non ha semplicemente fatto parte della comunità orvietana. L’ha plasmata. L’ha resa più libera, insegnando a molte persone che la loro condizione non era un destino, che unirsi significava diventare più forti e che rivendicare un diritto non era chiedere troppo, ma chiedere ciò che era giusto.
La sua eredità non è negli incarichi, nelle fotografie o nelle parole che oggi pronunciamo. È nelle libertà concrete che ha contribuito a rendere possibili. È nelle famiglie che hanno costruito un futuro. È nelle terre e nelle case conquistate. È nel lavoratore che ha imparato ad alzare la testa e nel pensionato che ha trovato qualcuno disposto ad ascoltarlo.
Ricordare Renato non significa renderlo innocuo attraverso la nostalgia. Significa accettare le domande che la sua vita ci consegna: chi sono oggi gli invisibili? Quali nuove forme ha assunto lo sfruttamento? Quali diritti rischiamo di perdere perché difenderli sembra diventato troppo faticoso?
La memoria di Renato ci chiede di non ridurre la politica all’amministrazione di ciò che già esiste. Ci chiede il coraggio di trasformare, di scegliere, di stare accanto a chi non riesce a farsi ascoltare. Ci ricorda che una comunità non è forte quando celebra i potenti, ma quando non abbandona i fragili; che il progresso non si misura dalla ricchezza accumulata, ma dalla dignità distribuita.
Oggi salutiamo un sindacalista, un dirigente, un amministratore. Ma soprattutto salutiamo un Compagno vero: uno di quelli che non usano la comunità per affermare se stessi, ma consegnano se stessi alla comunità.
Grazie, Renato.
Partito Democratico di Orvieto









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