
di Pasquale di Paola
Anche nelle scuole del territorio orvietano di ogni ordine e grado suscita dubbi e perplessità la norma che permette alle famiglie di scegliere il docente di sostegno in continuità.
La possibilità per i genitori di chiedere la riconferma del docente presenta infatti molti aspetti dubbi sotto vari profili. Fatta passare come misura atta a garantire la continuità, questa norma rischia di trasformare la scuola pubblica italiana in un campo minato fatto di pressioni, preferenze personali e rapporti di forza, dove a contare non è più la professionalità del docente o il punteggio maturato per insegnare, ma il gradimento della famiglia, creando così il pericoloso precedente di una scuola pubblica piegata e asservita al consenso e non al merito o al diritto maturato.
Questo provvedimento ha in sé un messaggio a dir poco imbarazzante per il mondo della scuola: il docente non è più una figura istituzionale garantita da regole certe, diritti acquisiti e competenze, ma una presenza da confermare o scartare in base al giudizio soggettivo e legato alle simpatie dei genitori. È un ribaltamento inaccettabile e giuridicamente imbarazzante, perché sposta l’asse dalla scuola come servizio pubblico alla scuola vista come spazio di contrattazione privata.
Il rischio è evidente. Quando la riconferma dipende dalla richiesta della famiglia, il docente di sostegno diventa più esposto, più “al servizio totale” della famiglia stessa, più ricattabile e meno libero di agire con autonomia educativa. Un insegnante che sa di dover piacere obbligatoriamente alla famiglia per poter sperare di essere riconfermato anche l’anno successivo è un insegnante indebolito, che deve per forza mettere in secondo piano l’educare. E una scuola che premia l’accondiscendenza invece della competenza si sta facendo male da sola.
Questa norma si prova a mascherare e giustificare adducendo come alibi una “forzata” continuità educativa. Si invoca la continuità didattica, ma la soluzione scelta è fragile e ambigua. La continuità vera si costruisce con la stabilità degli organici, con assunzioni, specializzazione e programmazione seria, non con un sistema che affida una decisione delicatissima a una richiesta familiare e a valutazioni discrezionali.
Se passa l’idea che un docente possa essere “tenuto” in classe perché piace ai genitori, allora si apre una deriva inquietante: domani chi garantirà che la scuola resti un luogo di diritti e non di preferenze? La scuola pubblica non può funzionare come un servizio su misura dove vince chi sa farsi ascoltare o sa piacere di più. Deve continuare a essere un presidio di uguaglianza e di diritti acquisiti, non un’arena di trattative.
A prescindere dalle visioni soggettive, questa norma non rafforza l’inclusione: anzi, la indebolisce. E non tutela davvero gli alunni con disabilità: rischia solo di produrre nuove tensioni, nuovi squilibri e una pericolosa confusione tra diritto allo studio e diritto al gradimento personale.









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