Può l’espansione del privato convenzionato rappresentare la reale risposta alla crisi della sanità pubblica? Il caso del recente ampliamento del centro CIDAT di Orvieto riapre il dibattito sul delicato equilibrio tra istituzioni e logiche di mercato nei territori periferici. Mentre la sanità d’eccellenza e i servizi diagnostici più redditizi si spostano verso le strutture accreditate, l’ospedale pubblico orvietano rischia di essere ridotto a un semplice presidio per le urgenze. Di seguito, l’analisi del Comitato Orvietano per la Salute Pubblica sui rischi strutturali di un modello che rischia di indebolire il diritto universale alla salute.
Cara Presidente, Cari Consiglieri Regionali,
l’inaugurazione del nuovo polo ambulatoriale CIDAT di Orvieto è stata presentata, da esponenti di entrambe le parti politiche, come un grande successo per il territorio. Un traguardo importante, certamente, almeno sul piano dell’offerta sanitaria privata accreditata.Tuttavia, proprio per questo, riteniamo necessario porre una domanda semplice: quale idea di sanità si sta costruendo per Orvieto e per il suo comprensorio?
Da un lato, infatti, si è dato grande risalto mediatico all’apertura — o, più correttamente, al trasferimento e all’ampliamento — di un centro privato convenzionato, con oltre mille metri quadrati destinati a diagnostica, visite specialistiche e riabilitazione. Dall’altro lato, è passata quasi sotto silenzio la scadenza del concorso per 20 dirigenti medici a tempo indeterminato, con rapporto esclusivo, destinati proprio al presidio ospedaliero di Orvieto.
È questo lo squilibrio che preoccupa. Mentre si celebra l’investimento privato convenzionato come strumento per ridurre la mobilità sanitaria verso altre regioni, l’Ospedale “Santa Maria della Stella” rischia progressivamente di essere ridotto a presidio dedicato soprattutto alle urgenze, alla gestione delle cronicità più complesse e alle attività meno remunerative. Al tempo stesso, le prestazioni ambulatoriali, diagnostiche e riabilitative più attrattive e redditizie rischiano di spostarsi sempre più verso il privato accreditato.
Si è parlato di “grande traguardo raggiunto” ,utile perché “le persone che vivono a Orvieto e nei comuni del territorio sono spesso costrette a percorrere decine, talvolta centinaia di chilometri, per accedere a servizi diagnostici e sanitari”: esattamente le stesse parole che abbiamo detto noi, con tanto di cartina geografica alla mano, ad Aprile consegnando in Regione le 13.950 firme dei cittadini di questo territorio, che chiedevano però il potenziamento dell’Ospedale di Orvieto e non l’espansione di un centro privato-convenzionato, già presente da anni sul territorio.Si è sentito dire che “se tra pubblico e privato c’è un rapporto equilibrato, corretto e sano si hanno dei benefici importanti per le nostre comunità”. In linea di principio è vero. Ma il punto decisivo è proprio questo: chi garantisce l’equilibrio? Il mercato o le istituzioni? La logica della convenienza economica o il diritto costituzionale alla salute? È stato persino definito una “benedizione divina” il nuovo centro privato convenzionato, dotato di risonanza magnetica da 1,5 Tesla, TAC a 64 strati, mammografia, radiologia tradizionale, MOC e altre apparecchiature diagnostiche avanzate. Ma l’ironia è evidente: tutto questo avviene mentre il reparto di Radiologia dell’Ospedale di Orvieto vive una crisi strutturale senza precedenti.
È stato anche sostenuto che: “Ben venga il convenzionamento e ben venga che la Regione continui a guardare nel modo giusto a quella che è la sanità privata che, nel momento in cui è convenzionata, risulta a tutti gli effetti parificata alla sanità pubblica”. Ma le esperienze maturate in molte realtà regionali dimostrano che l’espansione del privato accreditato, se non governata con rigore, non rafforza automaticamente il pubblico. Al contrario, può indebolirlo attraverso meccanismi ormai noti:
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la selezione del rischio: le strutture private tendono a concentrarsi sulle attività più remunerative e a basso rischio: diagnostica programmata, visite specialistiche, chirurgia ambulatoriale, riabilitazione. Lasciano al pubblico i costi enormi dei pronto soccorso, delle terapie intensive, delle malattie croniche e delle urgenze complesse, le patologie croniche e tutte le funzioni meno sostenibili economicamente ma indispensabili per garantire il diritto alla salute;
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la fuga del personale medico: se gli ospedali pubblici vengono lasciati senza investimenti, senza assunzioni adeguate e con condizioni di lavoro sempre più difficili, il privato convenzionato diventa naturalmente più attrattivo. Il risultato è un progressivo impoverimento delle strutture pubbliche, soprattutto nei territori periferici;
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l’illusione dei tempi brevi: il cittadino può essere indotto a pensare che, grazie al convenzionamento, le liste d’attesa si riducano automaticamente. Ma i fondi pubblici destinati alle prestazioni convenzionate sono limitati (tetti di spesa) e spesso si esauriscono rapidamente. A quel punto il cittadino si trova di fronte a una scelta obbligata: attendere mesi nel pubblico oppure pagare interamente di tasca propria la prestazione, magari nella stessa struttura privata.
Per queste ragioni, l’inaugurazione del nuovo centro CIDAT non può essere letta come una risposta sufficiente alla crisi sanitaria del territorio. Può rappresentare un servizio aggiuntivo, ma non può sostituire il rilancio dell’Ospedale di Orvieto, né può diventare l’alibi per rinunciare a investire sul presidio pubblico.
Il Comitato Orvietano per la Salute Pubblica sta organizzando, entro il mese di luglio, un’iniziativa pubblica dedicata proprio a questi temi, perché riteniamo necessario riportare il confronto al centro della comunità e delle responsabilità istituzionali. Il nuovo centro diagnostico privato potrà anche essere moderno ed efficiente. Ma ogni risorsa pubblica sottratta al rafforzamento dell’Ospedale di Orvieto rischia di allontanarci da una sanità davvero pubblica, universale e accessibile a tutti.La salute è un diritto costituzionale, non un’opportunità di mercato.










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