
Visitare la cappella Nuova del duomo di Orvieto significa, ancora oggi, entrare improvvisamente in uno spazio traboccante di colori e di immagini per vivere il più grande dramma della storia umana. A influenzare l’artista Luca Signorelli nella rappresentazione della sua Apocalisse, furono eventi a dir poco rivoluzionari che contrassegnarono l’Europa di fine ‘400. Era il tempo della scoperta dell’America, dell’invasione musulmana ai confini d’Occidente, dell’invenzione della stampa, dell’epocale passaggio dalla visione teocentrica a quella antropocentrica del mondo, accompagnata da un nuovo assetto geopolitico che si era spostato dal mar Mediterraneo all’Atlantico. In molti ormai credevano vicino il ‘giorno della fine’ -annunciato da gran parte della letteratura e della pittura apocalittica del XV secolo- ma allo stesso tempo una nuova visione della vita terrena si stava affermando fra intellettuali, artisti, poeti e tra i più autorevoli uomini di fede. Furono proprio loro a profetizzare l’avvento di una nuova ‘era’ per l’intero genere umano, pronto a rinascere dalle ceneri del passato.

Un mondo di pace e di prosperità duratura tanto auspicato dall’Umanesimo fiorentino e, prima ancora, dallo stesso Dante Alighieri che Signorelli mostra in un riquadro della cappella Nuova mentre è assorto nei suoi studi. Nel pieno di un furore mistico e rivoluzionario, anticipatore dello spirito rinascimentale, il sommo poeta lanciò un accorato appello all’ordine spirituale e civile, ormai precipitato nel caos.
Egli “vedeva sconsolato una umanità allo sbaraglio, vedeva l’Italia e l’Europa in preda a furfanti, a intriganti, e a scellerati…in mano a usurpatori del nome di Cristo”; insomma vedeva il suo tempo sul bilico finale tra distruzione e ricominciamento. In questa visione apocalittica era necessaria una purificazione interiore, una conversione individuale e sociale da ogni discordia e ostilità che il poeta fiorentino non esitò in quel tempo a denunciare descrivendo, nella Divina Commedia, la sanguinosa rivalità tra i casati orvietani dei Monaldeschi(guelfi) e dei Filippeschi(ghibellini), portati come esempio di degrado morale e civile: «Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura,
color già tristi, e questi con sospetti!» (VI Canto del Purgatorio, vv. 106-108).
Odi, disordini, devastazioni, stragi e brutali omicidi con corpi ridotti a pezzi e dati crudelmente in pasto ai falconi ed altre atrocità, era questo il clima che caratterizzò le violente lotte intestine nella lotta per il potere e che, a partire dal 1212, dilaniarono la città di Orvieto come molte altre città italiane. Le parole di Dante rappresentavano un chiaro invito al rinnovamento culturale e spirituale dell’intera Europa, sconvolta da secoli di guerre intestine. Una sciagurata corsa per il predominio di un regno sull’altro, di uno Stato sull’altro, che spinse gli stessi Comuni a stringere sciagurate alleanze con eserciti tedeschi, francesi, spagnoli e persino con quelli dei mercenari Lanzichenecchi.

Città “senza cura”, logorate al loro interno da discordie cittadine, che se da un parte erano rette dall’ambizione e dagli interessi di alcuni potentati, dall’altra non potevano sottrarsi all’idea di perseguire il progetto della città ‘ideale’; un esempio di convivenza tra gli uomini orientata verso il “bene maggiore” che è proprio ciò che crea la società, “la lega insieme e la rende una”(Platone, Repubblica, V 462).
Questa città è proprio l’umanità risorta che Signorelli rappresenta integra e vigorosa sulla pianura ultraterrena della cappella Nuova. In essa non regna il caos e la divisione del mondo governato dall’Anticristo, ma l’aspirazione a quel bene comune fondato sulle virtù etiche e civili, le uniche capaci di far riemergere l’umanità dalla barbarie per elevarla verso la concordia universale.
È la nuova città degli uomini ricostruita o ricomposta nel corpo e nell’anima, dove ciascuno ritornerà in possesso di tutte facoltà intellettive e spirituali, riacquistando la volontà e il desiderio d’agire. Una città, quella del popolo dei risorti, protesa verso un progetto futuro, e cioè verso la costruzione di quel grado di civiltà dove si progredisce, si progredisce sempre attraverso il reciproco amore.
È quindi la società utopica o ideale, teorizzata nella Repubblica di Platone, ossia quel “modello in cielo”(i risorti che contemplano il divino riflesso nel cielo dorato) che corrisponde perfettamente a ciò che gli uomini sapranno realizzare sulla terra(lo sforzo dei risorti che escono dalla terra e cooperano per ritrovare l’armonia): il progetto di un nuovo mondo guidato dalla sapienza e dall’amore, in cui ogni cosa è parte del tutto e tutte insieme sono “ornamento dell’universo”(Ficino).

Non così è il mondo dell’Anticristo, la città degli uomini fondata sulla ’hybris’. Qui a prevalere è la parte irrazionale dell’anima, quella ‘irascibile’ della violenza e quella ‘concupiscibile’ degli irrefrenabili istinti. Al centro della scena, nel pieno del caos apocalittico degli ultimi tempi, Signorelli raffigura un piccolo gruppo di uomini che uniti da vincoli di fratellanza anelano alla “salute dell’anima”. L’artista li ritrae in disparte, quasi incuranti del caos che li circonda, e tutto ciò a significare la via da seguire. Essi infatti, dominando la tracotanza e la superbia che per natura s’innalza sopra ogni legge morale e sociale, sono pronti a costruire quel benessere comune contrario al potere esercitato dalla tirannide del falso messia. Con le sue spettacolari esibizioni, egli seduce gli uomini verso il culto di se stessi e del denaro(l’Anticristo che additando se stesso mostra il tesoro ammassato ai suoi piedi). Qui tutto è dominato dai bassi istinti ferini privi d’ogni guida e direzione(il simbolo del cavallo rampante sul podio dell’Anticristo).
È lui il dominatore assoluto della “città senza cura”, il simbolo cioè di un mondo brutale e divisivo, dispotico e ingiusto. Si erge come un idolo sul suo piedistallo, mentre sta offrendo ad una folla adorante l’illusione di una
salvezza totale, ossia quella terrena e quella spirituale insieme: egli “è superbo per natura e appetisce d’essere il solo e il primo, sempre e in ogni cosa”(Sallustio), ma non sa che il vero bene e la vera felicità dell’uomo nascono da un bisogno reciproco e “non dall’autosufficienza, poiché ciascuno di noi non basta a se stesso”(Repubblica, II 369). Infatti, in questo mondo sospeso tra bene e male, ciò che è morale è anche sociale, e ciò che è sociale è anche politico e religioso.








