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Cammino dei Borghi Silenti, secondo giorno: un altare immenso affacciato su infiniti orizzonti

di Gabriele Marcheggiani

MELEZZOLE, secondo giorno del Cammino dei Borghi Silenti – Il sole abbraccia questo borgo fin dai primi raggi del mattino: svegliarsi all’alba a Melezzole è un rito a cui ogni camminatore dovrebbe dedicarsi per afferrare ogni istante di un giorno che si preannuncia grande. Melezzole è molto di più della sua rinomata castagna, a cui è dedicata una fiera annuale alla fine di ottobre.


Melezzole è una carezza lieve in mezzo ad una natura trionfante, è una presenza discreta in un universo arcaico che sembra bastare a sè stesso, che non chiede nulla al mondo fuori che va alla velocità di un click. Dalla piccola chiesa medioevale di San Vitale, nel mezzo di un bosco di castagni, il sentiero si poggia lieve al costone della montagna prima di iniziare a inerpicarsi con un po’ di fatica e qualche stretta svolta, verso la sommità della cresta che separa il versante orientale da quello occidentale dei monti Amerini.


Il cammino si fa un poco pesante prima che il sentiero, quasi senza accorgersene, esca dal fitto bosco per sbucare al sommo di un’ampia radura prativa: è un balcone privilegiato che nessuna signorone potrà mai permettersi quello di Piano Puosi, con i suoi affacci spettacolari verso la conca ternana e i monti Martani, luogo di antiche carbonaie e pascoli abbondanti.


Posare ancora una volta lo sguardo intorno per riempirsi gli occhi e lasciarsi rapire da uno stupore quasi infantile, di quello che provano i neonati quando iniziano a scoprire il mondo che li circonda: è questo probabilmente il primo, vero miracolo del Cammino dei Borghi Silenti, un’esperienza primordiale in un microcosmo che respira, si muove e vive così da sempre. Svoltando decisamente verso nord, il sentiero punta ormai verso le vette dei monti Amerini, in un primo tempo ancora un poco sulla dorsale pelata di Piano Puosi, infine addentrandosi ancora una volta in un fitto bosco di lecci, carpini, querce e financo pini silvestri, sempre tenendosi sul filo di cresta dalla quale, tra la vegetazione, solo si immagina un panorama senza eguali.


La cima di monte Croce di Serra, la massima altezza che raggiungono queste montagne pre-appenniniche, non balza immediatamente alla vista, nascosta com’è dalla fitta boscaglia: risalendo pochi passi a destra verso la croce di vetta, il viandante troverà ristoro alle fatiche intraprese semplicemente lasciandosi immergere in un oceano di quiete, di luce e colori che ogni navigante dello spirito vorrebbe poter solcare.
Ma no, questo non è ancora il luogo, bisogna avere ancora un poco di pazienza e tornare sul sentiero. Manca poco oramai, proprio di fronte, camminando ancora verso settentrione, si arriva a quel pulpito incredibile che sta poco oltre la cima del monte Melezzole: nessun viandante riuscirà a rimanere impassibile di fronte allo spalancarsi degli infiniti orizzonti che da questa radura – la cima pelata dei montecchiesi – mostra un universo leopardiano che solo il poeta di Recanati, forse, potrebbe descrivere adeguatamente.


Mi è capitato di vedere persone commosse fino alle lacrime la prima volta che han visto gli infiniti orizzonti da quassù, perchè chi non saprà commuoversi e non prostrerà il proprio animo ai piedi di questo immenso altare, probabilmente non comprenderà in pieno il significato recondito che il Cammino dei Borghi Silenti contiene. Da qui, sembra incredibile a dirsi, con un poco di fortuna nell’ora del tramonto guardando verso ovest, si vede anche uno spicchio di mare: certamente l’unico punto da cui una regione senza sbocchi marittimi, l’Umbria,  riesce a vedere il Tirreno.


Prima di iniziare la discesa, l’occhio si posa su una piccola croce bianca, poco più in basso dal lato di Montecchio: accanto c’è un piccolo cippo, con una foto sbiadita dal tempo, estremo omaggio di un padre verso il figlio tragicamente scomparso in tenera età. Da Melezzole al piccolo borgo di Morruzze, l’uomo non ha quasi lasciato traccia, per questo il pellegrino camminerà per ore e ore senza probabilmente inconrare anima viva.


Proseguendo verso nord, sulla cresta dei monti Amerini, il sentiero sarà costantemente immerso in fitte boscaglie praticamente intatte e solo in un tratto, pochi passi, attraverserà una strada asfaltata poco trafficata che salendo da Montecchio si biforca proprio all’altezza dell’attraversamento scendendo verso Civitella del Lago a sinistra o verso Morre, a destra. Da un vallone decisamente impervio, il sentiero torna a salire fino al piccolo borgo di Morruzze, il secondo borgo silente della giornata ed uno dei più caratteristici: come a Santa Restituta il giorno prima, un silenzio quasi claustrale accoglie il camminatore, su una piazzetta graziosa in cui la fanno da padrone una panchina ombreggiata, un antico pozzo e una fontanella preziosa.


Il vicino borgo di Morre presenta già le caratteristiche di un piccolo paese con qualche bottega, un bar e anche una farmacia ma basta fare pochi passi ed entrare nei vicoli sinuosi, per tornare ad immergersi in quel silenzio che durante il Cammino è la costante. La giornata è stata faticosa, il dislivello importante e la mèta oramai è a una manciata di chilometri: nessun passo è mosso invano per il pellegrino, tanto meno quelli che concludono questa fatica, immersi nel più caratteristico paesaggio umbro dove migliaia di sfumature di verde fanno da contraltare al cielo infinito.
Entrare nel piccolo borgo di Acqualoreto, potrebbe lasciare la stessa sensazione che il pellegrino medioevale provava alla vista delle mura di Roma; un’altra sera si avvicina, un’altra giornata volge al termine lungo il Cammino dei Borghi Silenti ed il riposo è necessario prima di affrontare altri sentieri e muovere altri passi. Ma questo, se vorrete, è un altro racconto da questi luoghi senza tempo.

(Foto di Marco Ludovisi e Marco Fioroni)

10 Febbraio 2020

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