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L’Anima d’Europa

 

di Mirabilia Orvieto

“Arte e Beni Culturali sono due settori di intervento fondamentali per l’azione della Fondazione che ha lo scopo di valorizzare il patrimonio artistico e culturale della comunità”.

Così – in occasione dell’ingresso in Cattedrale dell’Annunciazione di Francesco Mochi – si è espresso Alberto Coppotelli nel Consiglio di Indirizzo della Fondazione CRO. E che i nostri tesori siano da valorizzare nessuno lo mette in dubbio. In tempi di ristrettezze economiche il buon senso dovrebbero spingere a puntare tutto su ciò che si ha in abbondanza: nel nostro caso, i beni culturali. Ma cosa s’intende per valorizzazione?


“Con il primato internazionale per numero di siti dichiarati dall’UNESCO (54 in totale, di cui 49 a carattere culturale e 5 naturale) e una posizione geografica che fin dall’antichità l’ha arricchita di storia e arte – si legge in un interessante articolo di Silvia Granziero – l’Italia è la culla di un valore inestimabile in termini culturali. Ma il patrimonio culturale è sprecato, perché non sappiamo valorizzarlo.”

Secondo gli esperti di economia ogni euro prodotto dalla cultura in Italia ne genera 1,8 in altri settori: “Per potenziare questo meccanismo – continua la scrittrice – servono strutture di qualità capaci di attirare turismo culturale a tutto tondo con un’offerta solida e variegata, affinché la ricchezza generata da un bene torni al territorio. L’Italia non può limitarsi a essere la sede passiva di tante meraviglie: i beni culturali necessitano di tutela e conservazione tramite interventi diretti, come il restauro e la manutenzione, ma anche e soprattutto di interventi indiretti, come la diffusione della conoscenza di un’opera o di un sito e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica”.

Il nostro Paese è tra quelli che in Europa hanno investito meno nel settore culturale, nonostante si riconosca l’importanza strategica dei beni culturali come risorsa per la crescita economica e per la promozione per un turismo sostenibile.

Cosa ha fatto fino ad oggi la città di Orvieto per valorizzare i suoi prestigiosi monumenti?

Per rispondere a questa domanda basta andare un po’ indietro nel tempo. Siamo nel 2010. In quell’anno accadde qualcosa di veramente eccezionale. La celebre Sirenetta di Copenaghen dell’omonima fiaba di Hans Christian Andersen, creata dallo scultore Edvard Eriksen e donata alla città di Copenaghen dal mecenate birraio Carl Jacobsen di Carlsberg, lascia per la prima volta la Danimarca alla volta della Cina. Dal 1 maggio al 31 ottobre la statua viene esposta all’EXPO di Shanghai, al centro di un laghetto artificiale costruito per l’occasione.

L’operazione ha un costo di ben 150 milioni di corone, l’impresa più costosa mai intrapresa per promuovere un bene culturale. Ma che bisogno c’era di impiegare così tante risorse per un’opera famosa in tutto il mondo?

In realtà l’evento stava facendo emergere un tema importantissimo: l’internazionalizzazione dei beni culturali. Per questa ragione si è pensato che il simbolo di una città e dell’identità culturale di un popolo non dovesse essere dato per scontato o dimenticato, quanto piuttosto rivitalizzato, riproposto in un contesto nuovo, straordinariamente insolito, sorprendente.
Del resto la conferma che le bellezze di un territorio debbono essere continuamente valorizzate viene dallo stesso Carrarini che, nel lontano 1600, realizzò per Orvieto il suo cartello pubblicitario. Nell’incisione, peraltro una piccola opera d’arte, l’autore illustra per la prima volta le bellezze della città definite un “meraviglioso artificio”. A ispirarlo è stato probabilmente l’idea di presentare l’antica Rupe in modo nuovo e più attrattivo.
Promuovere. Nel suo significato etimologico la parola esprime il concetto di eccitare, provocare il desiderio di qualcuno verso qualcosa; in altre parole è muovere l’animo altrui, suscitando interesse e curiosità. Se fino a pochi anni fa bastava garantire l’ingresso ai monumenti per promuovere l’arte, oggi non è più sufficiente perché nasce l’arte di comunicare l’arte, ovvero l’insieme delle attività, delle idee e delle capacità che rendono più accessibile e affascinante un capolavoro, ovviamente senza svilire l’opera stessa.

E’ il caso delle recenti iniziative inaugurate per il Pozzo di san Patrizio. Come è possibile violare “l’atmosfera profonda, misterica ed esoterica della straordinaria architettura di un manufatto, definito unanimemente come prodigio di ingegneria” per farlo diventare una comune location dove allestire mostre o organizzare degustazioni di vini locali?

Probabilmente c’è ancora qualcosa che sfugge. Sembra infatti che l’uomo di oggi sia sempre più attratto dalle grandi opere d’arte e questo rappresenta uno dei fenomeni sociali più significativi del nostro tempo. Il turismo è il tentativo dell’uomo che vuole ritrovare se stesso, perché la vita lo ha come prosciugato da tutte le sue energie e motivazioni. In tale contesto sociale, culturale e psicologico si cercano luoghi che parlano di un senso forte, di una identità sicura, ed è allora che le grandi opere d’arte acquistano tutta la loro forza e la loro efficacia. Se dunque il Duomo e il Pozzo di San Patrizio fanno della città un luogo unico al mondo, bisogna ripartire da qui e fare di Orvieto un simbolo mondiale dell’arte e dell’architettura.
Il rischio è quello di ridurre i grandi capolavori a suggestive scenografie o a fenomeni da baraccone per un turismo di massa, come è accaduto per la Cappella Sistina! Al contrario, si deve preservare l’identità culturale dei propri monumenti attraverso la riscoperta di quei simboli, di quelle immagini e quei significati che da soli possono creare un importante valore aggiunto.
Non si può ridare un ruolo alla città e al suo territorio senza ricomporre la sua identità storica, filosofica, teologica, leggendaria e persino archetipica, cogliendo in questa identità l’Anima d’Europa, l’Anima dell’Occidente, quella stessa Anima che potrà restituire vita alle nostre comunità, ripopolare il centro storico, attrarre nuove risorse e far nascere nuovi servizi e nuove professionalità.

11 Maggio 2019

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