ORVIETO –
Dino Campana è stata tra le figure maggiormente rappresentative per la poesia italiana,
I Canti Orfici resta il suo capolavoro, messo in scena anche dal genio ribelle di Carmelo Bene. Campana continua ad essere ricordato e celebrato anche oggi, con lo spettacolo
La più Lunga ora. Ricordi di Dino Campana, scritto, diretto e interpretato da
Vinicio Marchioni, accompagnato in scena da
Milena Mancini e dalle musiche originali del polistrumentista
Ruben Rigillo che le esegue dal vivo, cala il sipario sulla Stagione Teatrale 2018/2019 del
Teatro Mancinelli di Orvieto. L’appuntamento è per
domenica 28 aprile alle ore 18.
Nella pièce, Vinicio Marchioni, conosciuto per il ruolo del Freddo nella serie tv Romanzo Criminale, dà voce alla figura di Dino Campana, un letterato, un poeta sui generis, un pazzo, un viaggiatore, un manesco, un uomo che ha fatto mille mestieri. Lo fa ripercorrendo la sofferta vita interiore del poeta, attraverso un flusso di ricordi narrati in prima persona. Nella sua “lunga ora”, il poeta ripercorre la propria vita dalle origini: la famiglia, il paese, l’amore. In scena c’è il racconto dell’esistenza straordinaria e grottesca, tra realtà e mitologia, di uno dei più grandi e controversi poeti italiani, tanto ispirato quanto tormentato.
I Canti Orfici, la sua unica composizione poetica, hanno illuminato la letteratura europea del Novecento. Canti Orficiche Campana ha riscritto a memoria, sforzo che ha definitivamente piegato il suo già precario equilibrio mentale, dopo che due editori di Firenze avevano perduto il manoscritto originale. Dino Campana concluse la sua esistenza nel manicomio di Castelpulci a Scandicci nel 1932, dopo quattordici anni di internamento.
Cosa fa un Poeta, un viaggiatore, un malato di schizofrenia o più semplicemente un uomo che ha vissuto e scritto come Dino Campana, in un manicomio per quattordici anni? Come fa un uomo a sopravvivere a se stesso e alla propria esistenza rinchiuso in un manicomio per quattordici anni? “Essere è essere percepiti” scriveva Beckett. Si vive attraverso lo sguardo degli altri, e quando gli altri non ci guardano più si ha solo la possibilità di raccontare la propria storia, a se stessi, per assicurarsi, o illudersi, che quella storia sia esistita realmente.
Uno spettacolo intimo e forte nella sua semplicità, che non vuole proporre la banale biografia dell’artista, bensì omaggiare la memoria di un personaggio tanto complesso quanto geniale. Un prezioso invito a non sottovalutare il potere della suggestione e ancor meno l’importanza dell’espressione artistica come unica salvezza possibile.
Non uno spettacolo di ricordi intellettuali o di aneddoti, quindi, ma uno spettacolo-concerto per voci e musica attraverso il cuore di Campana mentre cerca di ridirsi la vita, di ri-viverla, di ri-metterla in scena per non perdere la memoria di se stesso. Come a memoria ha riscritto il suo lavoro perché “se lo riscrivevo potevo esistere”. Dalla sua memoria emerge anche la figura di Sibilla Aleramo, poetessa, donna della vita altrettanto burrascosa e drammatica. Affiorano i suoi ricordi personali di donna intrecciati a quelli dell’amato Dino. Per scoprire che non c’è nulla che possa far morire l’istinto alla poesia in ognuno di noi. Per provare a dire, come Campana, che solo la poesia salverà il mondo.
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