Le statue di Mochi e la cronica incapacità di comunicare
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Le statue di Mochi e la cronica incapacità di comunicare

di Claudio Lattanzi

Una delle operazioni culturali più importanti nella storia dell’arte italiana degli ultimi anni trattata come se fosse l’apposizione del divieto di sosta in una strada del centro. Si rimane senza parole ad assistere al modo con il quale l’Opera del Duomo sta gestendo il ricollocamento dell’Annunciazione dello scultore barocco Francesco Mochi in Duomo dopo averla lasciata per alcuni anni nella ex chiesa di sant’Agostino insieme alle statue dei dodici apostoli. La decisione di riportare nella cattedrale la statua è stata al centro di un dibattito vivacissimo che ha animato per anni il mondo accademico, diviso tra opposte visioni e al quale è stato dedicato recentemente anche un importante convegno ai musei vaticani.
L’operazione di trasferimento di questo capolavoro nella loro sede originaria, in cui rimasero dal 600 fino al 1897, avrebbe potuto e dovuto essere l’occasione di una straordinaria operazione di comunicazione in grado di promuovere Orvieto almeno a livello nazionale. Solo il trasporto di quel meraviglioso colosso di marmo avrebbe potuto essere trattata come un piccolo evento sul quale accendere i riflettori degli amanti dell’arte. Forse avrebbe potuto meritare un servizio in prima serata per le Meraviglie d’Italia di Alberto Angela, tanto per dire. Invece tutta l’operazione è stata liquidata da un comunicato sulle momentanee variazioni della viabilità stradale.
Opera del Duomo rinchiusa nella propria torre di avorio. Sicuramente un’operazione del genere avrà in seguito l’attenzione che merita, speriamo, ma questa vicenda è l’ennesima dimostrazione di una città che perde occasioni a raffica e nella quale non si è ancora riusciti a mettere in collegamento tra di loro Comune, Opera del Duomo, fondazione Cro, Curia. Ognuno procede per conto suo, ignorando quello che accade negli altri palazzi ed anzi alimentando spesso un clima di competizione sotto traccia che rassomiglia alle lite tra i polli di Lorenzo Tramaglino che si beccavano tra di loro un minuto prima di finire tutti e due in padella. La Orvieto del 2019 continua ad essere ancora così.
Composta da una “classe dirigente” condizionata da tanti limiti umani che chi ama davvero Orvieto non può più permettersi di tollerare. Si tratta dell’estranietà alla città, alla sua storia di chi ricopre qui posizioni di rilievo per onore di firma e in maniera momentanea, ma sostanzialmente disinteressata come sembra accadere con Curia e Opera del Duomo e l’incapacità di chi non riesce a coordinare niente e che anzi guarda a distanza con distacco e spesso senza capire o sapere quello che fanno gli altri, il che mi sembra l’atteggiamento dominante della politica attuale. In questo quadro desolante di dilettanti sempre più pericolosi, non c’è dubbio che il rinnovato protagonismo della fondazione Cassa di risparmio appaia come un’iniezione di fiducia nel fatto che c’è almeno qualcuno con le idee chiare sugli interessi orvietani e con in testa una strategia da perseguire.

 

12 Marzo 2019

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