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La memoria, il ricordo e la comunità

Mancano 100 giorni alle elezioni e, sui giornali e sui social, alcuni accusano il sindaco di negazionismo e l’assessore, per altro donna, di complicità nello stupro e nell’assassinio di una diciassettenne. “Cialtronate intellettuali e volgari deliri” che accompagnano ronde notturne e affissioni abusive. E che, seppure in epoche di sveltine social, spero per il lettore qualifichino più chi le fa che i loro bersagli.

È che il periodo fine gennaio – metà febbraio chiama ad un esercizio di ricordo e di memoria che evidentemente stressa molto i fascistoidi. Dal 2000, il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz (nel 1945 e ad opera dell’Armata Rossa), è “Giorno della Memoria”; e dal 2004, il 10 febbraio (nel 1947, i Trattati di pace assegnano alla Jugoslavia i territori contesi con l’Italia) è il “Giorno del ricordo”.

Omaggiare ed ossequiare le vittime, ogni vittima per il suo valore di tragedia assoluta, è compassione umana ineludibile. Ma per comprendere bisogna usare la ragione. Troppo scivoloso, delicato, impegnativo il tema della comparabilità di Shoah e vittime delle foibe e dell’esodo, così ragioniamo sul valore dei “monumenti” che sono stati loro costruiti. Perdonatemi l’essere scarno. Il Giorno della Memoria non è riuscito a rappresentare e denunciare tutte le Shoah, passate ed attuali, si è cristallizzato anche per effetto degli attacchi negazionistici; il Giorno del Ricordo è viziato in origine dall’essere il mausoleo delle destre che vogliono bilanciare crimini ed orrori del fascismo e del comunismo. La polemica politica ed ideologica ha prevalso sulla ricostruzione dei particolari, sull’individuazione delle cause e dei responsabili che avrebbe dato il senso all’esercizio di ricordo e di memoria quale monito per il futuro.

E del resto la debole Repubblica italiana ha saputo edificare la sua Costituzione sul mito della resistenza, ma non ha avuto la forza di processare e rimuovere capi dello squadrismo, segretari del Partito nazionale fascista, ministri del regime, persecutori degli ebrei, presidenti e giudici del Tribunale speciale, capi politici e comandanti militari della Repubblica sociale, criminali di guerra: invece dei Processi di Norimberga avemmo l’Amnistia del giugno 1946. E in periodo di “Guerra fredda”, nei confronti degli esuli degli istriani, fiumani e dalmati, l’Italia è stata almeno matrigna.
La “complessa vicenda del confine orientale” che è, oltre all’omaggio per le vittime, l’oggetto del Giorno del Ricordo dovrebbe farci riflettere anche sul carattere vessatorio del colonialismo italiano nel periodo fascista e sulle peculiarità del comunismo titino, nonché sul conflitto tra stati nazionali che fu la seconda guerra mondiale.

Dovrebbe farci riflettere su quante zone di frontiera ci sono oggi nel mondo e sui determinanti ideologici, politici, economici delle migrazioni coatte, degli esodi. E sulle identità degli esuli e dei profughi, e su quanto stati nazionali e vecchie ideologie siano ormai superati. Ecco perché l’amministrazione comunale ha fatto bene a dare patrocini a quelle iniziative che consideriamo esercizi di comprensione storiografica. Ecco perché quei quattro fascistoidi dovrebbero avere il pudore di tacere.

 

11 Febbraio 2019

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