di Valentino Saccà
ORVIETO – Il palco del Teatro Mancinelli è stato spesso scelto per il debutto di prime nazionali e anche un lavoro importante e coraggioso come la rilettura de Il gabbiano di Čechov, ad opera di Giancarlo Sepe e Massimo Ranieri, ha visto un doppio spettacolo al Teatro orvietano, sabato 26 e domenica 27 gennaio. Mettere mano ad un pilastro assoluto del teatro moderno è sempre un azzardo, specie se si tratta di un testo come Il gabbiano in cui vi è già presente una forte componente metalinguistica, una continua riflessione sullo statuto artistico e sul ruolo del teatro.
La rilettura di Giancarlo Sepe e Massimo Ranieri, pur non tradendo la fonte originale, la sfronda raggiungendo l’essenza stessa del teatro cechoviano e sovrapponendo alla disperata tristezza dei personaggi l’eleganza dell’esistenzialismo francese.

Massimo Ranieri è il punto di vista esterno, l’Autore/Narratore che dialoga con i caratteri della vicenda, creando poi improvvise digressioni melodiche, le quali grazie al repertorio della chanson francaise fanno maggiormente vibrare la patina autunnale della storia e delle vite rappresentate.
Ranieri recita con toni asciutti e precisi e quando dal buio della sala inizia a cantare La chanson des vieux amants di Brel, il dramma si fa puro strazio romantico. Caterina Vertova regala un’intensa Irina Nikolaevna, Pino Tufillaro è perfetto nel tratteggiare la tragicomica figura di Trigorin, Francesco Jacopo Provenzano è un trasognato Konstantin, mentre la Nina di Federica Stefanelli possiede una grazia postmoderna, mentre la Masa di Martina Grilli ha l’elegante cupezza di una dark lady.










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