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Claudio Lattanzi: “La componente ideologica nella vicenda della libreria dei Sette”

L’epilogo a cui è giunta la vicenda della libreria dei Sette suggerisce alcune riflessioni. La prima e controversa questione è quella relativa al fatto che l’ente locale non potrebbe ridurre il canone di locazione ad un privato a fronte di una situazione di difficoltà. L’orientamento giuridico su tale punto appare tutt’altro che unitario e del resto basterebbe il buon senso a dare delle risposte.
Se il mio locatario mi chiede una riduzione del canone perché ha difficoltà a pagare l’affitto, è meglio che glielo conceda e incasso di meno o che rimango inflessibile con il rischio di non incassare niente per anni? Mi pare che la politica del Comune che ha un contenzioso con la Cramst per gli affitti non pagati arrivato addirittura a 178 mila euro, non rappresenti un precedente molto incoraggiante in quanto a capacità di gestire queste situazioni.
La contro argomentazione rispetto alle necessità di ridurre il canone della libreria è che, cosi facendo, si sarebbe concesso all’imprenditore un vantaggio competitivo rispetto a quelle altre attività che sono in locazione da privati e che pagano affitti alti. Siccome tante attività sono in crisi, è normale che ci stia pure la Libreria dei Sette e affari loro, insomma.
Ora a parte il fatto che solo i diretti interessati possono sapere se, in tanti altri casi, i locatori privati concedano o abbiano concesso delle riduzioni di affitto ai propri locatari pur di evitare di non incassare niente, c’è una questione ideologica che emerge da questo ragionamento. Se, al contrario, gli affitti dei negozi del centro non calano pur in presenza di una crisi economica senza precedenti, tutto ciò ha molto a che fare con il peso paralizzante della rendita che continua a strangolare l’economia orvietana, ma questo sarebbe un discorso a parte.
Siccome, supponiamo che ci siano alcuni proprietari di immobili talmente ricchi da non concedere sconti ai loro affittuari nemmeno in casi di grande difficoltà, allora anche il Comune deve fare lo stesso con la libreria. Questo il ragionamento sotteso. Nel comunicato del sindaco si esprime preoccupazione per “la libera concorrenza” e non si spende nemmeno mezza parola per i sei dipendenti che restano senza lavoro.
Mi permetterei sommessamente di ricordare che il compito della politica dovrebbe essere quello di aiutare le persone, privati o aziende che siano e non solo di garantire la libera concorrenza. La questione ideologica interessante è concentrata qui ed è lo stesso riflesso mentale che ha ispirato la fantasiosa manovra di bilancio della Giunta comunale. Pur di restituire in un tempo ridotto il prestito contratto per appianare il deficit del bilancio comunale, la Giunta ha chiuso completamente per quasi quattro anni il rubinetto della spesa pubblica, evitando cosi di sostenere un sistema economico locale boccheggiante e in enorme affanno. L’effetto è stato quello di rendere ancora più acuta la crisi.
Quella che in economia si chiama la perfetta azione pro ciclica. Oggi non viviamo in un’era post ideologica, ma in una fase in cui di l’ideologia ne è rimasta una sola ed è quella pro mercato, neo liberista che negli enti locali concepisce addirittura l’assurdità di avanzi d’amministrazione impiegati per ripagare le banche anche prima del tempo piuttosto che essere usati per aiutare l’economia reale e la vita quotidiana delle persone. Mentre gli amministratori pubblici erano intenti a replicare nel microcosmo locale lo schema pro austerità che ha creato disoccupazione e inutile sofferenza sociale in tutta Europa, portavano i libri in tribunale aziende come la cooperativa Alto che ha fatto la storia dell’edilizia locale. Nell’indifferenza generale.
Forse non se ne sono neanche accorti. Ma chi se ne frega, noi abbiamo “risanato” il bilancio. Bravi, la terapia ha funzionato, peccato che i pazienti sono morti. In tre anni e mezzo sono stati sottratti oltre tre milioni di euro ad una “ridistribuzione” di cui la città avrebbe avuto esigenza vitale. In questi anni, la gestione della finanza pubblica è diventata ad Orvieto un feticcio meritocratico, in una corsa autistica a chi arrivava prima a potersi fregiare del titolo di risanatore. Si tratta di una aspirazione virtuosa, ma che qui ha assunto un’accelerazione sballata, trasformandosi in un obiettivo assoluto e facendo perdere di vista il fatto che la finanza pubblica non è un valore in sè, ma uno strumento da maneggiare anche in funzione degli interessi delle famiglie e delle aziende. Si è ormai è persa la dimensione sociale e comunitaria dell’azione politica. Certo fa un pò impressione pensare che questi amministratori sarebbero i nipoti politici di quei comunisti che qui avevano realizzato le prime scuole rurali dell’Italia centrale, ideato i piani sociali di zona, antesignani del welfare territoriale in Umbria e fatto tante altre cose che oggi appaiono ancora più apprezzabili ed encomiabili. Garantire la concorrenza non era esattamente la priorità che avevano in mente quando si alzavano la mattina.

25 Novembre 2018

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