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Home Politica

Caso discarica, appello alla politica e agli orvietani: “riappropriamoci del termine indignazione”

Redazione by Redazione
21 Marzo 2016
in Politica, Secondarie, Archivio notizie
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di Giorgio Santelli (giornalista Rai News)

Stéphane Hessel qualche anno fa, nel 2010, scrisse un libro di una ventina di pagine. 700mila copie in Francia e la capacità internazionale di mobilitare le coscienze di milioni di giovani. Occupy Wall Street, gli indignados in Spagna solo due dei casi di impegno civile ispirati dalle parole di un vecchio partigiano come lui. L’indignazione, al contrario, è una parola ormai completamente scomparsa dal vocabolario orvietano. Questa città non ne conosce più il significato. I cittadini orvietani e quelli del territorio pure.
Guardate, visti da fuori, la malattia è grave. Perché nel frattempo vi stanno togliendo tutto. Forse il problema è il non esserci. Non stare lì, forse, dà modo di vedere quel che vi accade uscendo dalla bolla anastetizzante che vivete quotidianamente. Vi portano via ogni giorno un pezzetto di vita, di serenità, di tranquillità, di salute, e non ve ne accorgete. I vostri giovani se ne scappano fuori e non tornano più, la crisi economica è pesante, ciò che di buono accade è troppo poco rispetto a quel che di cattivo continua.
I vostri politici locali vivono lì senza preoccuparsi di quel che accade fuori, con una miopia politica e un orizzonte che non si spinge molto al di là della Patarina, che nemmeno riesce più ad arrivare a Perugia. Non è cattiveria. I vostri politici regionali hanno già venduto la vostra pelle, riducendo al nulla il vostro ruolo di elettori, non permettendovi di contare più a livello regionale. La politica regionale vi considera sempre più periferia dell’impero.
Vi hanno tolto la Asl, il Tribunale, l’ipotesi di trasformare Orvieto in santuario, le caserme… Hanno negato, i poteri perugini compresi quelli col cappuccio e il compasso, la possibilità di avere una vera università sulla Rupe quando il decentramento l’avrebbe permesso.
Vi portano via il bello, vi lasciano il brutto di una discarica. Dite di no alla sopraelevazione del secondo calanco, al terzo. Lo dite tutti insieme, politica compresa. All’unanimità. Ma la Marini vi prende a schiaffi e dice che si farà. E insieme a lei dice si la politica regionale, che intanto… meglio a Orvieto che tanto non conta nulla. E anche i cinque stelle che dicono no ad Orvieto a Perugia cincischiano.
Vi tolgono il bello e vi lasciano l’aumento dei tumori gastrointestinali che se si potesse fare una indagine epidemiologica, si vedrebbe che colpisce in modo sempre più frequente anche i giovani del territorio.
Vi tolgono il bello e inquinano  il bello. Le vigne, gli oliveti. Che potrebbe mai accadere se un giorno ci fosse arsenico nei nostro vini e nel nostro olio? Che succederebbe alla nostra città, alle nostre produzioni? Come disse Hessel, forse ha senso ed è ora di indignarsi. Tutti insieme.  S’indignino i politici locali, si dimetta il sindaco, utilizzi questa minaccia di fronte ad una politica regionale sorda. Cerchi l’evento mediatico. Che senso ha restare sindaco di una città che non è più considerata città? Peppe, ti stanno chiudendo la città!
S’indignino i padri e le madri dei giovani costretti ad andarsene. S’indignino gli agricoltori che rischiano di perdere quel che hanno. S’indignino i contribuenti, gli elettori, facendo squadra al di là dell’appartenenza culturale e politica perché alla fine ci vanno di messo tutti.
S’indigni chi sta fuori, come me. Perché devi avere piacere a tornare nella tua città e nel tuo territorio. E da fuori può e deve aiutare perché Orvieto è un bene comune di tutti.
S’indignino gli orvietani, prima che anche l’indignazione non serva più. E ormai non manca più molto. Vadano sotto il palazzo della Regione, a Piazza di Montecitorio. Ma non in 100 ma in mille, in 10mila. Richiedano l’impegno dei parlamentari eletti anche con i propri voti. Strusciare per il Corso, parlare di fronte a Montanucci, stigmatizzare i fatti piangendo e borbottando, parlarne tra noi, dicendo sommessamente “non va bene” non serve a nulla. Serve l’indignazione, la protesta e l’urlo, non il chiagne e fotte. Altrimenti resta solo l’accettazione di un futuro pensato dagli altri per noi. L’ineluttabilità delle decisioni degli altri. Non ha futuro chi accetta supinamente quello stabilito da altri per sé stessi. Non si è più cittadini ma servi.

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