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E’ sfumato il concetto di popolo

Non ho mai sofferto di specifiche patologie neurologiche e, se esse si sono a me subdolamente avvicinate, le ho con caparbia risolutezza ricacciate donde sono venute. Di una, però, non riesco a liberarmi quale fosse un chiodo fisso: il popolo, le sue ansie, le sue sofferenze, il suo sudore su una fronte sempre più sfumata e corrugata. E, dalla fronte all’intimo dell’animo, la coscienza di una identità popolare sfregiata dall’inganno, depredata delle sue risorse morali e materiali, sedotta da sirene dai denti affilati e disposte ad abbandonarla ad un destino di sicure insicurezze.

Più che le obiettive avversità, può invece l’incapacità sedentaria, parolaia e inconcludente, di un ceto politico divagante e che mi viene spontaneo definire alla stregua di un impianto di ricircolo di aria pluricondizionata da schematismi triti e ritriti, fritti e rifritti. Il clima diviene, così, sempre più irrespirabile in quanto non è dato di intravedere la volontà, decisa e irreversibile, di spalancare le finestre alla fresca brezza di un ponentino rinnovatore, rigenerante e travolgente quanto di più antiquato vi è nella gerontocrazia dominante e solo rivolta, ostinatamente, all’autoriproduzione di se stessa pur di non perdere i privilegi dei quali si è incoronata.

Il “governo tecnocratico”, tanto ieri osannato quanto ora “riveduto perché scorretto”, imprigiona e condanna il popolo italiano alla stagnazione se non alla regressione; le opposizioni, divise e ciarlanti, non offrono la speranza di una valida e saggia alternativa in cui poter credere e a cui potersi affidare per una svolta democratica concretamente percorribile.

Quando la “Politica” abdica ai suoi doveri di funzione pubblica inquadrabili, in una cornice estremamente sinottica, nell’analizzare le criticità della realtà circostante, nell’elaborare strategie di superamento delle stesse e, infine, nel decidere sui correttivi e gli interventi da adottare e rendere esecutivi, quando appunto ciò avviene le parole restano parole e i fatti non hanno possibilità alcuna di incidere in un contesto di auspicabile, sostanzioso e ineludibile cambiamento.

Nel travaglio delle vicende correnti, la “dea bendata” mi è venuta, però, in soccorso e mi ha offerto l’occasione di conoscere alcuni appartenenti al popolo i quali, ben sapendo cosa sia la fatica e il sacrificio dell’esistenza umana, hanno donato alla di me apprensione il sorriso della loro serenità e della loro gioia di vivere anche solo gustando, insieme, una frugale pietanza contadina preparata secondo la secolare tradizione tosco-umbro-laziale.

Ecco, dunque, il senso di un impegno volto all’affermazione dei principi della solidarietà e della sussidiarietà: non tanto rivolte a chi non ne ha bisogno e diritto e, cioè, ai tronfi di ricchezze patrimoniali, ai potenti, agli intonsi di immisericordiosa presunzione, quanto invece indirizzate a risollevare le magre sorti degli indigenti, dei diseredati, degli ultimi.

Mi corre l’obbligo, a questo punto, di provare a precisare il significato della parola “solidarietà”, a volte abusata e a volte incompresa e indecifrabile.

E’ bene, innanzitutto, riflettere sulla sopravvivenza della solidarietà rispetto ed oltre se medesima e, ancor prima, è bene che si torni a far uso di questo vocabolo caduto parzialmente in disuso nel dibattito pubblico, trattato alla pari di un retaggio ingombrante di cui presto liberarsi in nome di una presunta modernità.

In una società che troppo spesso sembra dimenticarsi dell’essenziale, intenta com’è ad inseguire un “eterno presente”, è giusto chiedersi se la solidarietà esista ancora e come la si possa rianimare e ripensare nelle forme nuove che il cambiamento reclama. Bisogna esser chiari: non si deve riscoprire la solidarietà solo perché si è immersi in una crisi economica devastante e lungi dall’essere superata; essa viene prima e verrà poi, quando la stessa crisi sarà finalmente alle nostre spalle e se e quando lo sarà, onde evitare che dopo la crisi si spalanchino le porte non già di un ritrovato benessere, bensì della più nera miseria.

La solidarietà principia non dopo che l’egoismo ha prodotto i suoi frutti di disuguaglianza, ma li deve prevenire e anticipare. L’uomo che provvede all’altro uomo è alla radice del valore eterno impersonato dalla giustizia di e per tutti.

I modelli rivolti a contrastare il rischio dell’indigenza e a fornire strumenti di elevazione culturale e sociale, tra i quali l’istruzione pubblica, la previdenza e la sanità, rappresentano nell’epoca contemporanea le più grandi conquiste dei movimenti di massa di ispirazione cristiana e/o socialista.

La realtà, però, è in continua evoluzione e le necessarie modifiche al sistema dello “Stato Sociale” dovrebbero rientrare, a pieno titolo, tra le prioritarie finalità concrete dell’economia e della politica per meglio realizzare il bene comune. Non si tratta di ridurre diritti, ma di pervenire ad un equilibrio societario giusto e durevole.

E’ doveroso, quindi, rivolgere lo sguardo ad un ordinamento che non premi l’egoismo singolo o di gruppo o di corporazione, ma che punti, invece e decisamente, alla cura e tutela affidate alla sfera del pubblico: incentivare la dedizione proiettata alla salvaguardia dei deboli, aiutare i giovani a crescere, consegnare ad ogni persona la dignità che viene dal lavoro retribuito e dalla disponibilità di reddito per l’autosufficienza.

Questioni enormi che hanno bisogno di pazienza e prudenza, ma anche e soprattutto di coraggio e di decisioni non ulteriormente rinviabili poiché il lavoro è il fondamento della effettività del diritto.

Il lavoro, su cui è fondatala Repubblica, è esso stesso la condizione imprescindibile per poter adempiere ai doveri suggeriti dal sentimento della solidarietà. Senza lavoro, senza ricchezza prodotta con fatica ma anche con la gioia ritrovata della dignità, non vi è “pane” né per il residente, né per lo straniero, né per i giovani, né per gli anziani.

Si deve, in altri termini, riscoprire la centralità dell’impegno per la rappresentanza, sia politica che sociale. Rappresentare significa scegliere, correre il rischio di un consenso che non sia semplice accondiscendenza, ma visione accompagnata da proposte e disegni strategici: ecco i compiti che attendono tutti coloro che hanno lealmente a cuore i destini futuri del popolo italiano.

Sanità, previdenza, educazione, ricerca umanistica e scientifica, sostegno ai deboli non sono opzioni rinunciabili; divengono altresì alternative reali solo se la nostra patria si rimette in marcia. Il monito testé descritto non ci viene solamente dai Padri Costituenti, ma è ancor più antico. Per molti, e tra questi chi Vi scrive, risiede nel cuore pulsante rappresentato dagli insegnamenti della “Dottrina Sociale Cristiana”, personificata dai suoi migliori interpreti e divulgatori.

 

2 Settembre 2012

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