Succede ad Orvieto: un Consiglio detto aperto ma gestito con logica da club privato. Brutta cosa, spia di brutta politica

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di Franco Raimondo Barbabella

Non la metterò in fenomenologia della democrazia, troppo impegnativo. La metterò in “calcistica”, ambito più appropriato. Nel calcio, catenaccio significa chiudersi in difesa in modo esasperato. Era la tattica preferita da Nereo Rocco, che sapeva gestirla e otteneva risultati anche senza una grande squadra. In politica significa impedire di fatto una libera discussione di argomenti rilevanti, ed è sempre perdente. Se poi si gestisce anche male …

È successo con il comportamento tenuto da quasi tutti i gruppi consiliari sulla grave questione della Cassa di Risparmio. Si è cercato nei più diversi modi di evitare la convocazione del Consiglio comunale lungo l’arco di più di un anno facendo finta di non sapere e magari pensando che ce se la poteva cavare attribuendo la responsabilità degli accadimenti solo ad altri. Poi, quando la questione è diventata esplosiva con la notizia di fusione della Cassa, con conseguenze gravissime, ci si è decisi a convocare il Consiglio in “Adunanza aperta”.

“Adunanza aperta” secondo l’art. 57 del Regolamento comunale significa che il Presidente convoca il Consiglio invitandovi a partecipare con diritto di parola anche soggetti esterni quando si tratti di questioni particolarmente gravi e rilevanti per la comunità. Normalmente si fa in modo che l’invito renda possibile la partecipazione di tutti gli interessati, potenzialmente tutti i cittadini, senza pregiudizi. Invece che cosa si è fatto in questo caso? Sono stati fatti inviti diciamo “personalizzati”, 11 soggetti precisamente citati. Risultato: su 11 invitati solo 2 presenti, solo 2 autorizzati a parlare, agli altri, che pure lo hanno richiesto, diniego esplicito di parola. Il Consiglio formalmente aperto nella realtà è diventato chiuso, come fosse un club privato.

Dico chiaramente che questo modo di interpretare il regolamento e di gestire il Consiglio è legittimo, ma appunto qui sta la gravità del fatto, perché non è un obbligo, ma una scelta. Debbo anche dire scelta coerente con la prolungata azione tendente a non discutere con la città e a non coinvolgerla. Né il sindaco né i consiglieri si sono alzati per garantire a tutti il diritto di parola, il libero confronto, su una questione così cruciale. E naturalmente non l’hanno fatto non perché non si poteva fare, ma perché lo hanno stabilito nella conferenza dei capigruppo, cioè hanno fatto una scelta. Invocare questioni di stile potrebbe essere ritenuto offensivo. Ma ricordare che il Consiglio comunale non è un organo appaltato a qualcuno deve essere ben tenuto a mente da tutti.

Nessuno, con eccezione di Vergaglia, si è chiesto nemmeno come mai al Consiglio Comunale normale di martedi scorso erano presenti solo 4 cittadini e perché ieri ne erano presenti solo una quindicina. Il Consiglio aperto doveva servire a far capire che tutta la città partecipa all’unisono alla difesa di un interesse vitale, e a sostenere la Fondazione nella sua esplicitata decisione di opporsi alla fusione. Purtroppo si è fatto il contrario e si è evidenziata solo debolezza e scarsa presa. E questo getta un’ombra pesante sullo sviluppo della vicenda e sul suo esito. Dopo la soppressione dell’ASL, la chiusura della Caserma Piave, la soppressione del Tribunale, la sparizione della banca sarebbe un altro colpo al tessuto economico-sociale-culturale cittadino e territoriale. Mi auguro che venga evitato, ma quello che ho visto ieri è un altro tassello su quella strada.

 


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