“PAROLA!”. Può sembrare un tema insolito per un percorso di formazione socio-politica, eppure proprio dalla parola dipende gran parte della qualità della nostra convivenza civile. Nova Civitas ha inaugurato in questi giorni il nuovo percorso formativo 2026-2027 parlando della “Dimensione antropologica, sociale ed etica della parola“, ha detto suor Maria Luisa Gatto illustrando il filo conduttore del programma annuale. La parola, appena sei lettere, è una delle realtà che maggiormente qualificano l’essere umano. Attraverso le parole esprimiamo idee, costruiamo relazioni, trasmettiamo valori e diamo forma alla vita sociale. Eppure viviamo in un tempo in cui le parole sono onnipresenti e, proprio per questo, rischiano di perdere peso e significato.

Suor Luisa ha richiamato l’esperienza di alcuni popoli indigeni per i quali la parola conserva una dimensione quasi sacra. In una società dominata da documenti e comunicazioni digitali, esistono ancora culture nelle quali la parola data possiede un valore superiore a qualsiasi attestazione scritta. Un richiamo che conduce direttamente alla tradizione biblica, dove il primo a parlare è Dio stesso e la parola assume una forza creatrice: non si limita a descrivere il mondo, ma lo genera.
Il tema della parola, ha sottolineato, acquista una particolare attualità nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Che cosa accade all’autorevolezza della parola quando nuovi linguaggi vengono prodotti dalle macchine? Quale uso ne fanno le nuove generazioni? Come distinguere la verità dalla disinformazione?
Don Emmanuel Agius, Presidente della Concattedrale di Malta e docente di bioetica presso l’Università di Malta, relatore dell’incontro, ha sviluppato una riflessione articolata sul rapporto tra linguaggio, relazione e umanità.
Ha ricordato come la parola non sia semplicemente uno strumento di comunicazione. Un bambino diventa pienamente umano perché qualcuno lo chiama per nome e gli rivolge la parola. L’essere umano cresce all’interno di una rete di relazioni linguistiche che lo aiutano a costruire la propria identità. In questo senso, la parola non è qualcosa che possediamo, è l’ambiente nel quale diventiamo noi stessi.
Richiamando Aristotele, don Agius ha ricordato come i Greci già distinguessero tra la semplice voce, che esprime bisogni e sensazioni, e il logos, la parola che è capace di ragionare sul giusto e sull’ingiusto, sul bene e sul male. Grazie al linguaggio gli esseri umani non si limitano a comunicare, ma discutono, deliberano e costruiscono forme di convivenza. Ciò e vero sia nella riflessione filosofica che teologica della nostra cultura.
Significativo su questo il riferimento a Wittgenstein e alla sua celebre affermazione secondo cui “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo“. Le parole, infatti, non sono semplici etichette applicate a cose, ma strumenti che contribuiscono a definire ciò che possiamo comprendere della realtà. Per capire una parola non basta conoscerne il significato astratto, ma serve comprendere il contesto in cui viene pronunciata, le relazioni che crea e le pratiche umane a cui dà vita.
Parlare significa sempre compiere un’azione: una promessa, ad esempio, non descrive soltanto un’intenzione, ma crea un impegno nei confronti di un’altra persona. Le parole producono effetti, generano aspettative e creano responsabilità.
Qui la riflessione filosofica si intreccia con quella teologica. Nella tradizione cristiana la parola raggiunge il suo significato più profondo. Nel Prologo del Vangelo di Giovanni leggiamo “Il Verbo si fece carne” e questo passaggio esprime un concetto fondamentale perché la parola autentica non resta astratta, ma si traduce in una vita concreta. Le stesse parole di Gesù risultano credibili perché diventano gesti, relazioni, vicinanza. Parola e vita non possono essere separate.
Accanto alla forza positiva del linguaggio esiste però anche il suo lato oscuro. La parola può essere mistificata e utilizzata per manipolare, dividere e dominare. Il riferimento qui è alla Torre di Babele che rappresenta il rischio di una comunicazione che, invece di favorire la comunione, alimenta contrapposizioni e rapporti di potere. Anche oggi, ha osservato il relatore, si assiste alla formazione di “bolle” comunicative nelle quali si ascoltano soltanto persone che confermano le convinzioni che gia abbiamo, senza confronto dialogico. E qui si innesta il tema della parola usata dall’intelligenza artificiale. Le nuove tecnologie offrono opportunità straordinarie, ma pongono interrogativi inediti. Una macchina può produrre testi persuasivi e simulare una conversazione credibile, ma non vive esperienze, non prova sofferenza, non ama e non assume responsabilità morali. Il rischio, ha spiegato Don Agius, è confondere la simulazione della relazione con la relazione stessa.
In questo scenario diventa essenziale sviluppare una vera e propria “ecologia della comunicazione”, capace di proteggere gli spazi dell’ascolto, del confronto e della verità. Non basta chiedersi se una tecnologia sia efficace; occorre domandarsi se contribuisca a rendere più umane le nostre relazioni.
In conclusione, Don Agius ha indicato 5 possibili vie per custodire la parola. Sono la verità, la responsabilità, l’ascolto, il dialogo, la speranza. Che significano verificare le informazioni, rispondere delle proprie affermazioni, fare spazio alle ragioni dell’altro e mantenere aperta la possibilità della riconciliazione, condizioni indispensabili per una società democratica e per la propria stessa libertà.
La parola è legata al pensiero, alla verità e alla vita comune, ha affermato in conclusione. Nell’epoca di macchine capaci di produrre linguaggi sempre più sofisticati, la vera sfida è custodire parole che rispettino la dignità dell’altro e costruiscono relazioni autentiche.
L’incontro si è chiuso con un intenso scambio con il pubblico, con domande che hanno approfondito vari aspetti del linguaggio che costruisce relazioni, gesti comportamenti e presenza.
Un incontro che lascia in eredità una domanda che dobbiamo sempre tenere presente: le nostre parole contribuiscono a costruire un mondo in cui l’altro possa sentirsi riconosciuto e accolto? In un tempo segnato dall’eccesso di comunicazione, forse è proprio questa la sfida più urgente.
Leggi l'intervento completo di suor Maria Luisa Gatto di Nova Civitas a "La dimensione etica e Antropologia della parola"
Il prossimo appuntamento con Nova Civitas è per il 14 novembre con l’incontro su “Parola e politica”.
Qui il programma












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