All’inizio dell’estate organizzammo un convegno sulle condizioni critiche del settore agroalimentare in generale e in modo ancora più significativo, nel nostro comprensorio. Ai mali che da sempre hanno accentuato le criticità del lavoro in agricoltura, agli effetti negativi dei conflitti in atto, ai rincari, anche speculativi, dei prezzi di carburanti, concimi, sementi e mezzi di produzione in generale, si è aggiunta la totale latitanza dello Stato: incapace non solo di mettere in campo qualunque azione concreta di supporto, ma addirittura deciso a perseverare nel produrre ulteriori aggravi.
La motivazione non può essere ricondotta alla situazione economica contingente, ma a una consapevole scelta di fondo, che vuole relegare il settore agricolo a un ruolo marginale, rispetto a qualunque piano di sviluppo per il nostro Paese, così come viene progettato e gestito dai grandi poteri economici. La strada del perseguire a tutti i costi ambiti e strumenti capaci di ottenere il massimo utile nel minor tempo possibile non passa per l’agricoltura, per il territorio, per il patrimonio naturale, culturale e paesaggistico e, non ultimo, per quello umano. Questa è la scelta di fondo imposta allo Stato che ci governa ma non è la nostra scelta.
In una situazione di sfruttamento della forza lavoro in agricoltura, analoga per gravità e per rapporti di forza, ma almeno più etica perché combattuta in campo aperto, senza sotterfugi e con meno ipocrisie, nei primi anni del secolo scorso, proprio da queste parti, presero corpo e coscienza le prime Leghe Contadine. Lo fecero per rivendicare, insieme a condizioni materiali più adeguate, soprattutto la dignità di un lavoro e di una scelta di vita.
Sulle aie dei poderi, nel Foro Boario di Orvieto, nei vigneti e in tutti gli altri contesti nei quali, attraverso lotte, scioperi e perseveranza, veniva esercitata la volontà di conquistare un diritto, a capofila di quelle Leghe i Comunisti c’erano. A distanza di oltre cento anni, tutto quello che era stato conquistato con fatica è stato, man mano, sottratto e con gli interessi. È stata sottratta la garanzia di un lavoro, di un reddito sufficiente e dignitoso, di un’aspettativa di vita e di futuro, di una scelta di vita per sé stessi e per la propria famiglia. E non basta.
Al danno individuale subito da molti si aggiunge quello collettivo, che ricade sui territori, sull’assetto idrogeologico, sul clima, sulle risorse idriche e, dato che l’elenco sarebbe fin troppo lungo, si può riassumere in una sola parola: Futuro. Si sta cercando di sostenere ipocritamente la teoria secondo cui il futuro debba essere costruito su pilastri artificiali, tecnologici, persino virtuali, tra i quali l’agricoltura non viene ritenuta idonea o sufficientemente capace di soddisfare la condizione del “molto utile e subito”, a prescindere da quello che succederà domani. Non a caso si incentiva addirittura l’abbandono della coltivazione dei terreni attraverso richieste di locazione finalizzate all’installazione selvaggia di impianti tecnologici, in cambio di canoni allettanti.
Riteniamo, come PCI, che per questa strada non si arriverà a nessun futuro. Per questo ammiriamo il coraggio di quanti, come già accaduto non molto tempo fa, hanno ripreso i loro trattori e, alla stregua delle Leghe di vecchia memoria, stanno lanciando un segnale evidente e tangibile della gravità della situazione, dell’urgenza di misure concrete, competenti e adeguate e, non di meno, della determinazione e della compattezza che potranno essere manifestate di fronte al permanere della strumentale cecità dello Stato rispetto all’evidenza.
A queste persone coraggiose, i Comunisti, come allora, non vogliono soltanto esprimere ammirazione e solidarietà ma vogliamo ringraziarle, essere al loro fianco e poter dire, con chiarezza, che il cuore verde d’Italia non potrà mai essere artificiale o virtuale. Quel cuore deve essere curato da chi la terra la lavora, la conosce e la vive ogni giorno: gli agricoltori.
PCI – Federazione di Orvieto









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