
C’è un curioso modo di raccontare una città: ingigantire ogni giorno un problema, trasformarlo in una pseudo notizia e, una volta completato il giro, ricominciare dall’inizio. Un giorno l’erba alta. Il giorno dopo un ascensore fuori servizio. Poi la ex Piave dismessa da un quarto di secolo. Poi tutte le cose insieme ma sempre con lo stesso schema: cercare il dettaglio negativo, trasformarlo in una nuova polemica e volere, post dopo post, costruire l’immagine di una città che non funziona.
Il problema non è mostrare ciò che non funziona. E sappiamo che ci sono cose che non funzionano e lavoriamo ogni giorno per risolverle. Il problema è scegliere di mostrare esclusivamente quello. Quando il bello scompare, le soluzioni trovate passano in secondo piano e ogni nuova fotografia serve ad alimentare la stessa narrazione, non si sta più semplicemente raccontando una città: si sta lavorando per altro.
E allora la domanda è inevitabile. Dietro questa continua ricerca del problema c’è davvero soltanto la volontà di raccontare ciò che non funziona oppure c’è il tentativo di costruire, pezzo dopo pezzo, un racconto politico contro chi oggi amministra la città e affermarsi come paladino della patria? E la contraddizione diventa ancora più evidente guardando a chi questo racconto lo costruisce. Lo stesso soggetto che ogni giorno va alla ricerca del degrado è anche quello che vende attraverso le sue guide la bellezza della città, la sua unicità, le sue esperienze e le sue attrattive turistiche.
Una città che, evidentemente, è abbastanza bella e unica da essere venduta ma abbastanza degradata da essere raccontata quotidianamente come un problema. Delle due rappresentazioni quale è quella autentica? E soprattutto quale interesse c’è nel proporre ai cittadini orvietani una città da criticare e ai turisti una città da apprezzare? È chiaro a questo punto che non parliamo più soltanto di erba alta, ascensori o caserma Piave. Parliamo di una sequenza precisa che sembra avere ormai un obiettivo che va ben oltre la semplice denuncia dei problemi della città.
E c’è un ultimo episodio che aggiunge un ulteriore tassello. È dell’altro ieri, sempre da parte dello stesso soggetto, la pubblicazione sui social di una comunicazione riservata, successivamente rimossa, che non riguardava un disservizio o un problema ma veniva usata per un attacco politico alla maggioranza di governo. Tutto rimosso dopo pochi minuti.
A testimoniare che la ricerca continua dell’attacco all’amministrazione sembra essere arrivata a un livello tale da far perdere persino la lucidità e dimostra come la necessità di trovare ogni giorno un nuovo argomento contro chi governa porti anche a errori gravi che non vanno sottovalutati.
Non spetta a noi attribuire ambizioni politiche non dichiarate. Spetta però ai cittadini chiedersi cosa ci sia davvero dietro una narrazione così insistente, così negativamente selettiva e così costantemente orientata nella stessa direzione. E qui torna la questione principale: il ruolo e la responsabilità di chi questa narrazione la alimenta. Un giornalista può certamente criticare e può essere severo.
Può denunciare ciò che non funziona. Ma proprio per il ruolo e la funzione che ricopre dovrebbe avere il dovere di distinguere la cronaca dall’attacco politico, la denuncia dalla strumentalizzazione, l’informazione dall’interesse personale. Raccontare solo ciò che conviene non è utile alla città, è utile solo a chi ha interesse a costruirne una versione per le proprie ambizioni.
Gruppi consiliari Civitas, Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia








