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Home Cultura

Il furore di un progetto civico e universale

Redazione by Redazione
23 Maggio 2026
in Cultura, Notizia Principale, Archivio notizie
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Scena dell’Anticristo

di Mirabilia Orvieto

Anche se agli inizi del ‘500, così come sta accadendo oggi, forti sentimenti popolari di rassegnazione e d’ignoranza sembravano prendere il sopravvento, a causa di una società sempre più minacciata dal caos e dall’incertezza dei tempi, erano in molti ad avere fiducia nel futuro dell’Occidente che, con l’Umanesimo, si apprestava a riscoprire tutto il valore della vita umana. Da poco era stato pubblicato il “Discorso sulla dignità dell’uomo”(Oratio de hominis dignitate), una celebre orazione scritta nel 1486 da Giovanni Pico della Mirandola che segnò le basi di un cambiamento culturale senza precedenti. Fu il celebre umanista italiano studioso di greco, latino, ebraico, siriaco e arabo nelle maggiori università d’Italia e Francia, a dimostrare la potenza dell’intelletto con cui l’essere umano si colloca al centro dell’Universo, definendosi un Dio plasmatore e creatore, artefice del destino del mondo: la sua opera venne definita il “Manifesto” del Rinascimento italiano.

Pico della Mirandola, “Oratio de hominis dignitate”

Del resto il valore dell’uomo era stato ben difeso dalla Chiesa fin dal Medioevo attraverso molteplici attività sociali a favore degli indigenti. E ora, al suono delle trombe angeliche, nella rinascimentale cappella di San Brizio, si manifestava la solidarietà dei risorti sulla pianura della Resurrezione della carne: essi infatti si aiutano a vicenda per riemergere dalla terra e dare inizio alla vita ultraterrena. Qui appare tutta l’eredità spirituale dell’Occidente che, a partire dal vangelo praticato dalle prime comunità cristiane, si tramandò nelle opere di misericordia corporali e spirituali che costituirono il fondamento della dottrina sociale della Chiesa. Esplodevano così, dai più grandi circoli d’intellettuali, religiosi, letterati e artisti rinascimentali, gli alti ideali dell’Umanesimo cristiano, il quale, oltrepassando i confini della comunità cristiana, si apriva a un “progetto civico” dalle dimensioni universali.

Nasceva l’idea di una nuova architettura sociale che Signorelli seppe rappresentare magistralmente nella sua Apocalisse. L’aldilà di Signorelli costituiva una sorta di manifesto della civiltà d’Europa fondata sul mutuo soccorso in un tempo in cui si accrescevano le disuguaglianze sociali, culturali ed economiche, mentre la piaga delle tasse e dei dazi pubblici opprimeva ingiustamente le classi più povere o meno agiate. Nell’Apocalisse di Signorelli la visione cristiana non era perciò solo un’utopia, ma una realtà che gradualmente prendeva forma sulla terra. È lo stesso spirito d’unione che regna tra i francescani, domenicani e camaldolesi, al centro della scena dell’Anticristo predicante.

Essi sono usciti dai loro monasteri per riversarsi sulle piazze, ovvero nel bel mezzo di un tumulto di popolo in cui Signorelli sembra ambientare gli ultimi tempi. Il seducente despota, accentratore del potere politico ed economico, appare chiaramente come l’antitesi del bene comune, rappresentato invece dal piccolo gruppo di religiosi e uomini saggi radunato alle spalle del falso messia. Sono dodici in tutto, come i discepoli di Cristo, e si distinguono per le virtù morali e civili, poiché essi rappresentano la piccola città di Dio. Il loro agire sociale è frutto dell’attività dell’intelletto e dello spirito, da cui nasce quel mondo della Humanitas descritto da Platone nella Repubblica, e in seguito da Cicerone al tempo di Roma fino alla visione cristiana di sant’Agostino che, nei primi secoli della cristianità, scrisse uno dei testi più significativi della letteratura cristiana e universale: “La Città di Dio”.


Sant’Agostino, “La Città di Dio”

Se la città terrena degli uomini è dominata dalla cupidigia di predominio sugli altri, “i cittadini della città celeste si offrono l’uno a servizio dell’altro con spirito di carità e rispetto dei doveri della disciplina sociale” (La città di Dio, XIV, 28). La loro è quella carità da cui scaturisce l’amore vicendevole, lo stesso che regna tra i risorti di Signorelli. Due città e quindi due visioni sociali e politiche contrarie, la cui attuazione sarebbe dipesa, nel pensiero di Agostino, dal libero arbitrio dell’uomo.

Per questo accanto ai “personaggi doviziosamente vestiti“ (L.O.Valentini) raffigurati nella folla dell’Anticristo (la città degli uomini), dove ad essere sottolineate sono  le disuguaglianze sociali ed economiche dei protagonisti, estranei gli uni agli altri, Signorelli annunciava tutta l’importanza dei legami fraterni che accomunano  i religiosi (la città di Dio), vale a dire quegli uomini che praticando per scelta di vita “conoscenza e venerazione”(*) si ritrovano “un cuore solo e un’anima sola”(Atti 4,32). È proprio questo il germe della nuova umanità, attraverso cui si potrà realizzare il vero bene sulla terra; ovvero quella concordia sociale che trionfa sul culto del potere e delle ricchezze che l’Anticristo ostenta additando sé stesso e il tesoro ammassato ai suoi piedi.

Non così vive la piccola città di Dio dei francescani, domenicani e camaldolesi, i quali con la loro regola di vita sembrano ribadire quanto si legge nella Scrittura, e cioè che “nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune”. Essi professano il bene comune sull’interesse individuale e nessuno, tra di loro, si erge sopra l’altro; anzi privilegiando l’amore per la sapienza (Vincenzo Ferrer che indica il libro della Scrittura) sulla cupidigia (il podio delle ricchezze sotto l’Anticristo) accendono nell’anima quel “furore” spirituale e filosofico che alimenterà in loro l’impegno sociale per il bene stesso della Polis.

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