
Ogni volta che accade un episodio di violenza all’interno del Carcere, il copione è sempre lo stesso: solidarietà agli agenti della Polizia Penitenziaria, parole di circostanza, ringraziamenti per un lavoro difficile e spesso invisibile. Tutto giusto, tutto condivisibile. Ma anche, ormai, terribilmente insufficiente. Perché se è vero che chi lavora negli istituti penitenziari merita rispetto, sostegno e condizioni dignitose, è altrettanto vero che continuare a leggere questi episodi come fatti isolati significa non voler vedere il problema nella sua interezza.
Il carcere è lo specchio delle contraddizioni sociali. Dentro si concentrano marginalità, fragilità, disagio psichico, povertà. E quando questi fattori si sommano a carenze di organico, strutture spesso inadeguate e assenza di strumenti di mediazione, la violenza diventa non un’eccezione, ma una conseguenza prevedibile. È qui che la politica dovrebbe fare un passo in più. E invece, a Orvieto, si è scelto di non farlo.
La destra che oggi esprime solidarietà agli agenti è la stessa che ha rifiutato di istituire la figura del garante comunale dei diritti delle persone private della libertà. Una figura non certo simbolica, ma concreta: capace di ascolto, monitoraggio, prevenzione dei conflitti. Una presenza che in molte realtà contribuisce a tenere insieme sicurezza e diritti, evitando che le tensioni degenerino. Rinunciare a questo strumento non è una scelta neutra. È una scelta politica precisa: quella di considerare il carcere solo come un luogo di custodia, e non come uno spazio in cui lo Stato deve garantire diritti, dignità e percorsi di reinserimento.
Ma è una visione miope. Perché carceri più giuste sono anche carceri più sicure. Lo sono per i detenuti, ma lo sono soprattutto per chi ci lavora ogni giorno, spesso senza mezzi adeguati e senza il supporto di una rete istituzionale all’altezza. Continuare a intervenire solo dopo che qualcosa accade, limitandosi alla solidarietà, significa restare dentro una logica emergenziale che non risolve nulla. Serve invece una politica capace di prevenire, di leggere i segnali, di dotarsi degli strumenti necessari. Il garante dei detenuti era uno di questi strumenti. Non volerlo significa scegliere di non vedere. E a pagare il prezzo di questa cecità, alla fine, sono tutti: gli agenti, i detenuti, e una comunità che si illude che la sicurezza si costruisca ignorando i diritti.
Cristina Croce,
capogruppo Pd








