
di Matteo Tonelli
«Andavano i capponi legati per le zampe, a testa in giù, e intanto si beccavano l’un l’altro».
Con questa immagine folgorante Alessandro Manzoni, ne “I Promessi Sposi”, descrive i capponi che Renzo porta in dono all’Azzeccagarbugli. Animali destinati alla stessa tragica sorte che, invece di percepire il pericolo comune e reagire insieme, continuano ostinatamente a beccarsi tra loro. È una scena ironica, quasi comica, ma allo stesso tempo profondamente rivelatrice della natura umana. E, a ben guardare, è anche una metafora sorprendentemente attuale.
Anche nella nostra “pittoresca cittadina” si respira un clima che ricorda da vicino quell’immagine manzoniana. Mentre il territorio affronta problemi evidenti e strutturali – meno residenti, meno imprese, meno lavoro – la comunità sembra spesso dividersi in piccoli fronti contrapposti. Gruppi, associazioni, ambienti culturali e sociali che invece di riconoscere le sfide comuni finiscono per concentrarsi su rivalità, diffidenze e contrapposizioni.
Il risultato è paradossale: mentre la città perde energie, opportunità e prospettive, una parte significativa delle sue forze vitali continua a spendere tempo e risorse in polemiche locali, dispute di posizione e competizioni di visibilità. I segnali del declino sono sotto gli occhi di tutti. La popolazione cala lentamente ma con costanza, le imprese diminuiscono o faticano a sopravvivere in un contesto economico sempre più complesso e i giovani, non trovando prospettive adeguate, scelgono sempre più spesso di partire per cercare altrove opportunità di studio, lavoro e crescita personale.
Si tratta di un processo silenzioso, che non esplode in crisi improvvise ma si sviluppa lentamente nel tempo e proprio per questo si presta ad essere colpevolmente sottovalutato. Tuttavia, i suoi effetti sono profondi: il tessuto sociale si assottiglia, quello economico si indebolisce, e la capacità della comunità di immaginare il proprio futuro diventa sempre più fragile.
Eppure, proprio nei momenti in cui servirebbero maggiore coesione, collaborazione e visione condivisa, emergono dinamiche che vanno nella direzione opposta. Tra queste, una delle più dannose è la tendenza – piuttosto diffusa – a rivendicare una sorta di “esclusiva” intellettuale e culturale: idee, proposte e iniziative vengono trattate come se fossero una proprietà da difendere, quasi un marchio personale o di gruppo. Non diventano patrimonio comune della comunità, ma strumenti di distinzione, talvolta perfino di contrapposizione.
In questo modo le idee smettono di essere occasioni di confronto e di crescita collettiva e diventano, invece, elementi identitari: qualcosa che serve a delimitare chi appartiene a un certo ambiente e chi ne resta fuori. Il problema è che questa mentalità non favorisce certo il dialogo, ma produce esclusione. Le idee e le iniziative non vengono valutate per il loro valore intrinseco o per la loro utilità per il territorio, ma per chi le propone.
Se arrivano da persone considerate “esterne”, da ambienti diversi o semplicemente da chi non appartiene ai circuiti abituali, vengono guardate con sospetto, ridimensionate, ignorate o respinte a priori.È una dinamica spesso sottile, raramente esplicita, ma molto efficace nel creare barriere invisibili. Non si esclude apertamente: si delegittima, si minimizza, si ignora. Così, lentamente, si costruiscono recinti culturali e relazionali sempre più stretti.
Troppo spesso per questo meccanismo di esclusione si considera opportuna l’idea senza considerare il valore dell’ideatore e della sua aperta idealità. I capponi per mero opportunismo e scarso senso ideale si appropriano dell’idea e respingono l’ideatore, in alcuni casi con sommo esercizio di ostilità. In questo pessimo quanto ottuso esempio di civismo a somma zero si perdono le competenze e l’energia civica di chi crede nelle idee e le mette a disposizione per crescere insieme. Insomma, invece di cooptare menti e energie ideali, considerate scomode, si preferisce appropriarsi delle idee escludendo i loro promotori.
In questo modo la comunità finisce per privarsi di risorse preziose. Energie, competenze, esperienze e idee che potrebbero rappresentare un’opportunità di crescita vengono disperse o scoraggiate. Persone motivate smettono di proporre, di partecipare, di investire tempo e impegno nella vita collettiva.
Invece di costruire ponti, si alzano muri.
Invece di sommare le idee, si selezionano le appartenenze.
Invece di cercare soluzioni comuni, si rafforzano piccole identità contrapposte.
Il risultato è una città che rischia di chiudersi sempre più in se stessa, in piccoli recinti culturali e relazionali, proprio mentre avrebbe bisogno dell’esatto contrario: apertura, contaminazione, capacità di mettere insieme competenze diverse e visioni differenti.
Le comunità locali, per loro natura, possiedono un grande capitale sociale: relazioni, conoscenza reciproca, senso di appartenenza. Ma quando questo capitale si trasforma in chiusura, quando il legame interno diventa diffidenza verso l’esterno, allora ciò che dovrebbe essere una risorsa rischia di diventare un limite.
È qui che la metafora dei capponi di Renzo torna a parlare con sorprendente chiarezza. Continuare a “beccarsi” tra vicini di casa, mentre il contesto generale peggiora e le sfide diventano sempre più grandi, non porta vantaggi a nessuno. Anzi, accelera proprio quel processo di impoverimento civile ed economico che tutti, almeno a parole, dicono di voler evitare.
Se una comunità vuole davvero invertire la rotta, deve cambiare prospettiva. Deve smettere di considerare le idee come proprietà da difendere e iniziare a trattarle come beni comuni da condividere, deve imparare a valutare le proposte per ciò che possono generare, non per l’identità di chi le formula. Altrimenti il rischio è quello descritto, con ironia e lucidità, da Manzoni: continuare a litigare tra di noi senza accorgerci che il problema vero riguarda tutti. Proprio come i capponi di Renzo.








