di Massimo Gnagnarini
Va be, è vero che la piscina non funziona, è vero che il palazzo dei congressi non funziona, è vero che il teatro ormai ospita solo saltuariamente spettacoli di seconda categoria, è vero che l’ospedale è stato depotenziato al contrario della discarica che invece verrà ampliata, è vero che Orvieto è sceso sotto i ventimila abitanti e che ogni settimana perde una famiglia intera, è vero che invece di valorizzare la ex caserma con i soldi del PRNN si faranno
gli ambulatori a Piazza del Duomo, è vero che il centro storico le sue piazze e le sue vie sono state restituite, si fa per dire, alla loro innaturale vocazione di parcheggi pubblici, è tutto vero. Ma tuttavia questi sono solo alcuni effetti collaterali di un danno ancora maggiore.
Orvieto, infatti, ha perso ogni ambizione e la fiducia verso il suo futuro. Così che la cifra della comunicazione istituzionale, e di conseguenza il dibattito pubblico che intorno ad essa gira sui canali social, non è più rivolta alla Orvieto che verrà, ma rimane imprigionata nella Orvieto che è già stata trovando nell’immancabile Duomo, fotografato e declinato in ogni posizione e colore, la sua scontata e diciamolo un po’ infeltrita icona.
Di chi è la colpa di questo declino ? In primis è degli orvietani. Gli orvietani non si sono mai occupati volentieri della loro città , a parte qualche visionario cane sciolto e troppo pochi imprenditori coraggiosi, se non per farsi le scarpe gli uni verso gli altri o per difendere il proprio “orticello” e solo all’abbisogna uniti in improbabili lobbies di interessi . Hanno sempre lasciato l’esercizio del potere vero a quei forestieri che hanno guidato per decenni direttamente sia le nostre istituzioni finanziarie cittadine e sia , indirettamente per interposta persona, anche quelle politiche e amministrative nella più completa e amorale sudditanza verso Perugia. Orvieto , insomma, come paradigma nazionale che si balocca tra cose di destra e cose di sinistra tralasciando quelle di buon senso.
Sia chiaro che per come è messa oggi la città non esistono più le condizioni per un suo autonomo sviluppo economico occorre dunque aprire la città , le sue infrastrutture ricettive e culturali, le sue produzioni e servizi agli interessi e al capitale esterno. Insomma dobbiamo cambiare il racconto che facciamo al mondo intero e poter dire : “venite a investire a Orvieto non perché e’ bella ma perché ci guadagnate “. L’alternativa per Orvieto e gli orvietani a questa rischiosa ambizione sarà , senza alcun disprezzo per essa, il comune e apprezzabile compiacimento di continuare a vivere in uno tra i più belli dei paesini dell’Alta Tuscia.
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