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Teatro Mancinelli, salvarlo è un’Impresa

 

di Gianluca Foresi

Da qualche settimana ormai a Orvieto sta tenendo banco la discussione sul Teatro Mancinelli e sul destino della TeMa. Dai banchi dell’assise comunale ognuno si rimpalla la responsabilità della situazione tragica in cui versa il nostro più importante presidio culturale. Ognuno addebita agli altri gli errori che hanno portato a una situazione a quanto pare irreversibile, tanto è vero che al momento il Teatro è chiuso e le sue attività cessate. Non so dove siano stati commessi gli errori e da chi siano stati commessi, allo stato attuale non mi interessa nemmeno saperlo onestamente. Sarebbe invece opportuno andare verso la ricerca di soluzioni certe e durature, ripeto al di là delle responsabilità rimpallate.

Una volta sciolti i vari nodi che strozzano in qualche modo anche la discussione culturale e di indirizzo futuro, si dovrebbe passare alla ricerca o applicazione, poiché già vengono messe in pratica in altre realtà, di nuove modalità di gestione che tengano conto di vari aspetti, due su tutti: l’unione tra l’intervento pubblico e la libera impresa. In questi anni ormai non si può pensare che la cultura, in questo caso l’organizzazione dello spettacolo, e la sua gestione siano soltanto su base assistenzialistica e azzardo anche di sola sponsorizzazione, ma dovrà poggiare principalmente sulla capacità di farla funzionare quasi come se fosse un’impresa.

Su questa base dovrà anche essere rivista l’impostazione e l’impegno degli operatori, dei lavoratori, di quelli che saranno chiamati a gestire il Mancinelli, ma anche il rapporto con le compagnie, con le quali si dovrà incominciare a ragionare in termini diversi, sia per il trattamento economico, sia per le scelte di programmazione. Sarà molto complicato far arrivare a Orvieto compagnie e spettacoli delle cosiddette grandi produzioni dati gli elevati costi appunto, ma occorrerà mirare a un cartellone che spazi anche nel teatro di nicchia o di ricerca, che ha costi più abbordabili per un bacino numerico di pubblico come quello orvietano. I soli biglietti, il teatro contiene 500 posti circa, non possono coprire per intero lo spettacolo di compagnie di fama nazionale.

Qui si potrebbe aprire una parentesi se quello sia poi anche un teatro di grande qualità, ma lo lasciamo ad altro intervento. Per ritornare alla gestione del teatro come un’impresa (che farà sobbalzare i Keynesiani), così facendo si potrà raggiungere un’autonomia che riguarda le scelte da fare e l’indirizzo complessivo da dare al teatro; inoltre, non meno importante, non dovrà sottostare alle paturnie degli amministratori di turno, dei balletti della politica e del “noi semo noi e voi nun sete un cazzo” o, per utilizzare un facile e abusato gioco di parole, al “teatrino” a cui di volta in volta si assiste, in cui si deve capire a chi appartenga il Teatro Mancinelli. Onestamente e peccando di presunzione, penso di sapere a chi appartenga: alla Città, a chi lo vive e soprattutto lo fa vivere.

28 Novembre 2019

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