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L’orologio solare ad ore italiche di Castel Viscardo

 

di Santina Muzi

Pagine di storia interessanti, comuni all’intera Penisola se non a tutta l’Europa, quelle emerse sabato 2 novembre 2019 dalla presentazione di Mauro Bifani e Francesco Rosi presso la sala del Museo del cotto di Castel Viscardo, in relazione al restauro dell’orologio solare di Corso Umberto, già “Via del Borgo”. Benché si parli di orologio, a differenza dei nostri gli orologi solari non danno l’ora esatta ma soltanto le ore mancanti al tramonto. E nel borgo di castel Viscardo, in un’epoca in cui dopo mezz’ora dal calare del sole venivano chiuse le due porte, era estremamente importante rientrare per tempo se non si voleva rischiare di restarne fuori. E quell’ora costituiva anche quella che per noi è la mezzanotte, ossia le ventiquattro, e, sembra assurdo, ma da lì iniziava il conteggio delle ore del giorno successivo.

Gli orologi solari hanno origine antica e nascono dall’osservazione e lo studio del movimento delle ombre che seguendo il percorso del sole nel cielo si spostano e cadono sulla terra sulla parte opposta e non sempre sullo stesso punto. Tutto dipende dalla lontananza della stella madre. La maggior parte degli orologi solari contiene una frase, un motto, talvolta anche la firma dell’esecutore come si può riscontrare presso il convento dei Cappuccini sulla collina che fronteggia la Rupe e il Duomo di Orvieto dove di frasi ce ne sono ben due. Ma quello di Castel Viscardo, situato sulla facciata di un edificio un tempo adiacente ad una delle due porte, è estremamente essenziale.

“Chi gestice il tempo gestisce il potere” riferiscono entrambi i relatori. Ed ecco allora la funzione e l’artefice dell’orologio solare. Un tempo infatti in questa parte del “borgo murato” c’era la sede del ministro, del governatore, di un ospizio di frati: potrebbero essere stati loro, per una questione di prestigio, a volerne la presenza. Di certo, data la distanza, non poteva servire al temperatore dell’orologio sito sulla facciata del castello vero e proprio. E, come dice l’architetto Rosi, si presuppone pure che il progettista potrebbe essere stato ancora un francescano, forse, considerata l’analoga forma dell’asta, lo stesso che ha tracciato le meridiane che persistono presso il convento dei Cappuccini.

In quanto al periodo, si può andare soltanto per intuizione. Dall’analisi del materiale, la tecnica, facendo ipotesi, esperimenti, verifiche,… l’architetto è giunto alla conclusione che si può risalire agli anni a cavallo tra il millesettecento e il milleottocento, periodo in cui Romagna, Marche, Umbria e Lazio facevano parte dello Stato Pontificio, tempi in cui il Papa era guida religiosa, politica e militare. Per completare: in quanto al potere sul borgo di Castello, le porte venivano aperte e chiuse ad orari precisi a seconda della stagione e chi voleva uscirne doveva chiedere l’autorizzazione al feudatario.
Elemento fondamentale dell’orologio solare è lo gnomone, ossia l’asta metallica fatta allo stesso modo di uno spillo da sarta, ovviamente di dimensioni nettamente superiori, generalmente inserita perpendicolarmente nella parete dell’edificio. E non è l’asta ad indicare l’ora, ma la “capocchia” con la sua ombra che cade ogni anno sul puntino rosso in alto a sinistra il 21 marzo giorno dell’equinozio di primavera e il 21 settembre equinozio d’autunno.

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*L’asta di Castello è un po’ particolare in quanto si presenta in posizione obliqua, elemento che ha suscitato qualche perplessità finché non si è appurato che si tratta di un accorgimento mirato onde evitare che lo sgocciolamento potesse finire con il macchiare e coprire con la ruggine l’intero impianto, compreso il colore delle linee incise.

*Tanti modi di dire fanno riferimento agli orologi solari come, ad esempio, “portare il cappello sulle ventitré” il che significa leggermente obliquo da una parte, analogamente all’ombra dello gnomone alle ore ventitré, vale a dire un’ora prima del tramonto!

*Niente compleanno. Sarebbe andata male se qualcuno avesse voluto festeggiare il proprio compleanno nei giorni compresi tra il cinque e il quindici ottobre del 1582 perché quei dieci giorni vennero cancellati. Infatti, nonostante la grande precisione del calendario esteso dall’astronomo egiziano Sosigene (comprendeva addirittura l’anno bisestile) e promulgato nel 45 avanti Cristo da Giulio Cesare, si era andati un po’ a rilento, qualcosa non tornava nel ciclo delle stagioni. Così il 4 la Chiesa celebrò la festa di San Francesco dopodiché, il 5, passò direttamente al grande salto, ossia al calendario gregoriano voluto da papa Gregorio XIII.

*Hor. Tante parole italiane derivano da “Hor” come, ad esempio, ora, orario, orologio, orizzonte… Nel linguaggio dei geroglifici egizi “Hor” è una divinità, una delle più antiche, e significa cielo. Ed è per questo probabilmente che, nonostante le varie forme in cui viene rappresentato, tutte in qualche modo fanno riferimento ad un falco. Il falco è un uccello che vola alto e maestoso nel cielo e questo dovrebbe essere sufficiente a spiegare il motivo per cui, come divinità, Hor, oltre che al cielo, viene associato al sole.

*Il terremoto del 1956 ha fatto danni consistenti in tutti i borghi dell’Alfina. A Castel Viscardo, dopo i restauri che ne sono seguiti, la parte finale del quadrante dell’orologio solare che proseguiva sull’edificio contiguo “al civico 66” è andata completamente perduta ed al suo posto è comparsa una bella terrazza.

*Fino a diversi anni fa in ogni città e paese esistevano le fontane pubbliche dove le donne andavano a fare il bucato. Ad Orvieto ad esempio erano situate a Piazza Malcorini e in zona Piazza Cahen, in prossimità dell’ex stadio, oggi parcheggio sotterraneo, ma attualmente per lo più se ne è persa perfino la memoria. A Castel Viscardo è stata fatta invece una dignitosa opera di recupero e la struttura è diventata sede del “Museo del cotto”.

Senso di appartenenza, amore per la propria terra, il proprio paese… sono punti focali che portano alla rivalutazione del passato per consegnarne la testimonianza alle nuove generazioni affinché ne facciano tesoro.

*Le spese per il restauro sono state sostenute dallo stesso Comune: “Abbiamo recuperato fondi che erano stati accantonati appositamente dalle precedenti Amministrazioni e li abbiamo integrati ulteriormente…” Queste le parole del vicesindaco Luca Giuliani che, insieme all’assessore all’urbanistica Chiara Tiracorrendo, ha fatto gli onori di casa da parte del Comune.

5 Novembre 2019

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