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A proposito di TeMa e, di striscio, di Csco

di Franco Raimondo Barbabella

Tralascio di inserirmi nella stucchevole polemica sulle nomine al CSCO, avendo anche io e Donatella Belcapo inviato il nome di nostra competenza da diverso tempo ed avendo perciò il sindaco tutti gli elementi per procedere alle nomine. Mi auguro che questa piccola storia si chiuda presto e ci si occupi con il necessario impegno della questione TEMA, che è urgente e insieme molto delicata.
In verità dalla discussione in atto, pure tralasciando le ficcate polemiche che come al solito purtroppo non mancano anche in questioni che come questa richiederebbero solo interventi informati e ragionati, emerge un quadro confuso proprio degli aspetti essenziali. È dunque da questi che bisogna partire. Li propongo nella loro secca essenzialità:

1.   TEMA ha perdite pregresse molto consistenti. Data la natura originaria dell’associazione, di fatto equivalente ad una srl, qualora il non averle ripianate, come codice civile comanda, avesse determinato, come sembra, la trasformazione della stessa da associazione riconosciuta ad associazione non riconosciuta, magari la conseguenza sarà che non c’è più obbligo di ripianare le perdite, ma ci sarà per converso il trasferimento di responsabilità da limitata a illimitata e solidale. Un guaio grosso, anche perché non si vede chi potrebbe venire incontro ai responsabili per ripianare tali perdite. Non certo il Comune, ad esempio. Ma questo chissà perché si ignora.

2.   TEMA ha un bilancio molto critico da tempo e che nel tempo ha prodotto un accumulo di debiti consistenti, difficili da ripianare, anche perché a quanto si capisce una parte significativa dei crediti sembrerebbe difficilmente esigibile. Proseguire senza cambiare queste condizioni significherebbe continuare ad accumulare sbilancio e responsabilità. Anzi, bisogna dire che aver trascinato fin qui la situazione è stato un grave errore di sottovalutazione di tutte le conseguenze sui diversi piani. L’idea sottesa alla sottovalutazione è stata sempre che alla fine qualcuno pagherà, intendendosi con questo qualcuno naturalmente il Comune. Ma il Comune non può anche perché non deve.

3.   Il presidente e il CdA di TEMA hanno dato le dimissioni e siamo perciò di fronte al che fare. Ma stavolta al che fare sul serio. Credo pertanto che se da una parte è vero che di tutto ci si deve sempre preoccupare, compreso ovviamente di come eventualmente fare la stagione teatrale, la questione delle questioni, quella prioritaria, dall’altra sinceramente sia ormai anzitutto il destino di TEMA, per la quale è giusto che si chiarisca finalmente se c’è futuro e quale. Era inevitabile che prima o poi i rinvii sarebbero finiti e la realtà si sarebbe svelata per quello che è, sia sul piano gestionale che politico. Quel momento è arrivato. La stagione teatrale è importante, ma la questione della gestione passata presente e futura è oggettivamente più importante e viene prima, per cui se si risolve questa forse si risolve anche quella, come dirò dopo.

4.   Data la situazione, a me non pare che la soluzione possa essere la messa in liquidazione, a meno che questa sia resa inevitabile da un decreto ingiuntivo, che peraltro risulta essere stato richiesto ed ottenuto. In questo caso la cosa seguirà il suo percorso obbligato, senza sostanziali margini di manovra e carico di conseguenze nient’affatto piacevoli. Se invece così non è e si potrà ancora scegliere la strada, dico appunto che la soluzione non può essere la messa in liquidazione volontaria perché per una serie di concause (è chiaro ad esempio che i debiti superano i crediti) questa comporterebbe il fallimento e il fallimento la bancarotta, e dunque conseguenze serissime per gli amministratori. Qualcuno se la sente di andare in questa direzione se non per cause di forza maggiore?

5.   La soluzione perciò, sic stantibus rebus, appare essere una sola, la permanenza in carica del CdA, magari integrato, compreso il suo presidente. Si tratta di una seria assunzione di responsabilità, certo, ma non farlo comporterebbe rischi, anche personali, più rilevanti. Il fatto è che, volere o volare, nessuna fantasia potrà evitare che il debito resti debito se non estinto con operazioni di risparmio e di entrata adeguate alla bisogna, ciò che sarebbe impedito dalla messa in liquidazione e dal conseguente fallimento in quanto risulterebbe bloccata la gestione ordinaria. Insomma, se si vuole evitare di entrare in un tunnel dal quale nessuno al momento può sapere come se ne potrebbe uscire è necessario che si determinino le condizioni perché si faccia un piano decennale di risanamento, ciò che sarebbe impossibile qualora si andasse o per necessità o per scelta alla procedura di messa in liquidazione e di fallimento.

6.   Per cui siamo appunto, come dicevo, al redde rationem generale. Perché, oltre al CdA, sono chiamate ad assumersi le reciproche e coordinate responsabilità l’Amministrazione e la città, come dicevo sopra con un piano di risanamento a medio-lungo termine che comporti la definizione delle strategie culturali ed economiche di risanamento e sviluppo, naturalmente all’interno di una visione e progettazione lungimirante dello sviluppo della città. Uno sforzo titanico. Ce ne saranno gli ingredienti, quelli che servono in circostanze come queste, lucidità, fredda determinazione, unità di intenti, coraggio?

7.   Anche per questa logica delle cose non sono del tutto convinto che sia il Comune a darsi da fare attivando una consulenza a suo esclusivo carico, mentre forse sarebbe necessario che se ne occupassero gli amministratori TEMA (non so fino a quanto indietro nel tempo) per autotutela. Non voglio generare allarme al di là del necessario, ma a me sembra onesto rendere esplicito ciò che, pure senza pretese, tuttavia mi sembra di riuscire ad intravvedere.

Questa vicenda, così complessa e così difficile da dipanare, è davvero massimamente utile per capire la storia degli ultimi decenni e la realtà attuale della nostra città. Potrebbe essere un’occasione per una specie di autocoscienza collettiva. Dubito che verrà colta su questo piano, ma questo è il piano che può consentire di fare il salto di qualità necessario alla rigenerazione di un corpo sociale irrigidito da troppe incrostazioni. Da essa emergono infatti non solo le responsabilità personali, ma anche le ambizioni e le illusioni, e direi la leggerezza con cui si assumono compiti che comportano responsabilità anche pesanti. Da essa emerge per converso la richiesta stringente di umiltà e di responsabilità nell’esercizio delle competenze, di chiarezza nelle scelte nel governo delle cose e degli uomini, di fare sempre i conti con la realtà non rinviando a domani ciò che puoi fare oggi. Da essa alla fine emergerà o meno non una generica capacità di resilienza, ma una precisa volontà di saper guardare con responsabilità al futuro. Mi auguro che si riesca a farlo.

Io penso per questo che ci troviamo ad affrontare una di quelle questioni che riguardano l’intera collettività. Perciò ne scrivo in questi termini. Il che significa anche dire basta alla difesa dell’indifendibile, di qualunque cosa si tratti, e determinazione nel voler passare finalmente ad una gestione moderna della città. Si abbia il coraggio di farlo.

 

16 Ottobre 2019

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