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#LillyKnowsItBetter legge Il giorno dei morti, di Maurizio de Giovanni

Tutti vogliamo qualcuno che ci tenga per mano, con cui parlare e che cammini al nostro fianco, qualcuno che ci dia il bacio della buonanotte, che ci stringa forte e che ci ami tanto da non volerci mai lasciare. Parliamo anche di questo con la nuova puntata di #LillyKnowsItBetter che legge per LibroSì Lab “Il giorno dei morti” di Maurizio de Giovanni.

Maurizio de Giovanni. Il giorno dei morti

di #LillyKnowsItBetter (alias Liliana Onori@cipensailcielo)

Il presidente degli Stati Uniti Dwight D. Eisenhower era convinto che, nella vita, non esistano tragedie paragonabili alla morte di un bambino perché, ogni volta che accade, il mondo cambia e le cose non tornano mai com’erano prima. Ma questo non vale per gli orfani della Napoli fascista degli anni ’30. Loro, non li piange nessuno, nessuno ne reclama i corpi o li ricorda nelle preghiere. Nessuno piange, infatti, per Matteo, il bambino che, una mattina piovosa d’autunno, viene ritrovato morto, seduto sui gradini di uno scalone, con la testa un po’ rovesciata all’indietro e solo un cane randagio a fargli compagnia, e la guardia, quasi, proprio nella settimana dei morti. Matteo, Tettè per tutti quanti, è solo uno dei tanti figli di nessuno che vivono di stenti tra le vie di Napoli. La notte trova riparo dal freddo e dalla fame in un orfanotrofio pieno di bambini invisibili proprio come lui e di giorno cerca di racimolare qualche spicciolo rubacchiando qui e là nelle case della gente. Il mondo non cambierà per Matteo e nulla cambierà solo perché qualcuno lo ha ucciso. Ma chi lo ha fatto? Il Commissario Ricciardi, insieme all’inseparabile Maione e all’anticonformista dottor Modo, si reca subito sul luogo del ritrovamento e, così come i suoi due amici, rimane attonito di fronte al corpo scarno e senza vita di Tettè. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito, nessuno sa. È semplicemente morto. Senza fare rumore, senza piangere, senza urlare. Ecco perché il mondo non cambierà per la sua morte, perché il mondo non si è mai accorto di lui, nemmeno quando era vivo, quindi la sua scomparsa non rappresenta nessuna tragedia. Almeno, apparentemente, perché man mano che le indagini prendono piede, Ricciardi scopre che qualcuno che ci teneva a quel bambino in realtà c’era: un orfanello che divideva la camerata con lui, una benestante signora dei quartieri alti che lo aveva preso a ben volere e gli regalava vestiti e dolci e, infine, il suo cane. Quel cane randagio che continua a seguire Ricciardi come un’ombra, quasi a volersi assicurare che, almeno lui, renda al suo padrone la giustizia che merita quella morte indegna. Stavolta qualcosa è diverso per il commissario, però, non solo perché a morire è stato un bambino così piccolo, ma perché nessuno spirito, nessun fantasma si presenta ai suoi occhi per rivelargli un’ultima verità, un ultimo pensiero, fosse anche un grido di paura o di aiuto. Il fantasma di Matteo non se ne sta lì accanto al proprio cadavere come invece accade per tutti i morti che costellano la vita del commissario. Matteo è solo un corpo. Niente anima. Ma perché? Forse perché non è stato ucciso in quel luogo e magari la sua anima è in attesa di essere trovata da un’altra parte. E quando accadrà, quando Ricciardi vedrà finalmente lo spirito del bambino, nonostante le difficoltà di questa indagine senza bussola mistica, allora una parte di mondo cambierà davvero e le regole di giusto e sbagliato verranno sovvertite dai ricorrenti moventi di fame e amore.

L’amore che arma la mano dell’assassino, in questa quarta indagine della saga di De Giovanni, è un amore difficile da comprendere e da condividere, e mi ha fatto ragionare anche stavolta su cosa le persone sono disposte a fare in suo nome.

L’amore, cos’è?

Il vocabolario e l’enciclopedia non sono riusciti a darmi una definizione unica e assoluta di amore. Lo definiscono come un principio di natura divina, per alcuni versi, e umana, per altri, che spinge verso qualcosa, che se ne sta alla radice del Cosmo, che unisce fino a generare una specie di nuova vita scaturita da due unità. É una forza, un bisogno naturale. Entrambi dicono una stessa cosa, però, che può essere parafrasata banalmente con l’affermazione che ci sono tanti amori quante sono le persone che amano, perché ognuno ha un suo cuore e quindi un suo modo di amare.

Io ho sempre creduto che ci fosse un solo e unico modo di amare e che per tutti valesse quello, altrimenti non era vero amore, ma negli anni mi sono accorta di sbagliare. Ognuno ha un cuore e ama secondo la natura che gli viene data.

L’amore è un argomento difficile da affrontare e infatti devo confessare di aver scritto questo articolo più e più volte, senza mai trovare una giusta versione di quello che volevo dire. Anche perché, che potrei dire io che già non è stato detto? Non ci sono canzoni, né quadri, né sculture, né tantomeno libri che non parlino d’amore.

Inoltre, quello che so io sull’amore è molto poco, lo devo ammettere. A volte, non lo capisco nemmeno l’amore… So che è qualcosa più forte della volontà, che ti investe come un bagno di vento con una violenza tale che quasi non ti riprendi più, che è non avere più il coltello dalla parte del manico, che fa impazzire quando non è condiviso, perché portare su di sé il peso di un sentimento che si dovrebbe sostenere in due, a volte, è più di quanto una persona possa sopportare. So che spinge l’uomo a fare qualsiasi cosa, a sacrificare se stesso e perfino chiunque altro.

Il mio amico Fabio una volta mi ha detto una cosa molto importante e cioè che noi nasciamo con un solo cuore e che quindi possiamo amare davvero una sola persona. Quella persona, la persona destinata a noi. E poi ha paragonato l’amore all’idrogeno, facendomi notare che l’idrogeno dà l’acqua solo se lo si mischia con l’ossigeno. Si può provare a mischiarlo con qualsiasi altro elemento dell’universo, ma l’acqua la darà sempre e solo con l’ossigeno. Tra le persone forse è la stessa cosa. Alcune magie, alcuni sentimenti, alcune emozioni, le si possono provare solo con determinate persone. Quindi magari è proprio vero che esiste l’anima gemella, da qualche parte.

Platone, nel Mito delle metà, spiega che, in principio, le donne e gli uomini erano stati creati uniti in un unico corpo, attaccati per il busto, e che in quella loro unione fisica ci fosse incarnata la perfezione dell’universo intero e che gli dèi, invidiosi proprio di quella loro perfezione, li abbiano condannati con un maleficio che ha fatto sì che i loro corpi si staccassero e che ogni uomo fosse spedito all’altro capo del mondo rispetto alla sua donna, costringendoli così a vagare per il resto della loro vita a cercare la propria metà. Platone dice anche che noi portiamo tutti il segno di quella unione perfetta sul nostro corpo: l’ombelico. Quindi, l’amore che tanto cerchiamo non è altro che la nostra metà di ombelico, così che, una volta ritrovata, da uno si possa essere due. O meglio, un uno perfetto.

L’aspetto che da sempre mi lascia più incuriosita, però, è che fine fa l’amore quando qualcuno muore. Dove va l’amore che si è provato? E quello che si è ricevuto? Forse c’è un cimitero in cui l’amore va a riposare quando una persona muore e lascia il corpo come fa l’anima. O forse resta sulla Terra come un fantasma, o magari custodito nelle persone che hanno ricevuto quello stesso amore, ricambiandolo o meno. L’amore, provato e ricevuto, non lascia mai illesi. É un po’ come le case stregate. Una casa non nasce maledetta, è il male che è presente al suo interno che si attacca alle pareti, entra nel legno, nei mattoni e la condanna. Stessa cosa se le persone che l’hanno abitata invece sono state felici. E le persone sono come le case: si nutrono di quello che gli viene dato. Quindi, chissà l’amore dove va? Forse resta, forse se ne va, forse svanisce o forse muore semplicemente pure lui e viene seppellito in una bara insieme al corpo. Anche i sogni, in fondo, che fine fanno quando il sognatore muore? Chi si prende cura di loro? Dove vanno? Forse anche i sogni hanno un cimitero da qualche parte nell’universo in cui riposano, in attesa che nasca qualcuno degno di coltivarne uno per la vita e realizzarlo. O forse svaniscono e basta.

Sarebbe bello sapere con certezza cosa ne sarà di tutto il mondo che ci portiamo dentro una volta che saremo morti, ma siccome non è possibile, dobbiamo fare del nostro meglio finché siamo ancora da questa parte della barricata: dobbiamo amare le persone che il destino ci mette sulla strada ed essere degni dell’amore che riceviamo, perché una cosa è certa: l’amore va meritato.

La canzone

Avrei potuto abbinare centinaia di canzoni a questo articolo, ma alla fine ho scelto quella che secondo me rappresenta l’amore in tutta la sua essenza e semplicità: I got you, babe di Sonny e Cher. ‘’I got you to hold my hand, I got you to understand… I got you to walk with me, I got you to talk with me… I got you to kiss goodnight, I got you to hold me tight… I got you I won’t let go, I got you to love me so… I got you, babe.’’, perché, in fondo, tutti noi non vogliamo altro che qualcuno che ci tenga per mano, che ci capisca, qualcuno con cui parlare e che cammini al nostro fianco, qualcuno che ci dia il bacio della buonanotte, che ci stringa forte e che ci ami tanto da non volerci mai lasciare e che, soprattutto, ci stia accanto quando abbiamo paura.

Dante scrive che l’amore è un sentimento talmente forte da riuscire a muovere il Sole e tutte le altre stelle, e mi piace pensare che sia così, e che sarà così sempre.

#LillyKnowsItBetter è la rubrica ideata e curata da Liliana Onori, l’autrice di Come il sole di Mezzanotte, Ci pensa il cielo e Ritornare a casa (ed. LibroSì). In collaborazione con LibroSì Lab, Liliana ci racconterà dal suo particolarissimo punto di vista di bibliotecaria e soprattutto di abile narratrice di storie, cosa ne pensa di libri, fiction, personaggi e molto altro. Seguila anche sul suo canale Instagram: @cipensailcielo

30 Agosto 2019

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Leandra


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