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Home Politica

Niente più Umbria e al suo posto la Regione dell’Etruria?

Redazione by Redazione
10 Dicembre 2014
in Politica, Secondarie, Archivio notizie
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di Paolo Borrello

I primi che parlarono dell’opportunità di creare le Macroregioni furono i ricercatori della fondazione Agnelli, rilevando la necessità di ridurre il numero delle Regioni italiane.

Ora il dibattito sulla necessità di diminuire il numero delle Regioni è ripreso. Pochi giorni or sono ha affrontato l’argomento l’attuale presidente della giunta campana Caldoro. Tra l’altro, è stata recentemente elaborata una proposta di legge del parlamentare del Pd Morassut, in base alla quale le Regioni da 20 passerebbero a 12. L’Umbria verrebbe accorpata con la Toscana e la provincia di Viterbo per dare vita alla Regione Appenninica.

Io sono d’accordo sulla necessità di ridurre il numero delle Regioni.

Forse la Macroregione, in cui dovrebbe essere inserita l’Umbria, potrebbe comprendere oltre la Toscana anche le Marche e le province di Viterbo e Rieti, in modo tale che le diverse principali città che fanno parte adesso dell’Umbria farebbero parte di una Macroregione, che si potrebbe chiamare Etruria, nella quale ci sarebbero territori con i quali quelle città hanno già relazioni, di diversa natura, abbastanza intense.

Ma a parte i confini precisi che dovrebbe avere la Macroregione in cui ricomprendere l’Umbria, e la sua denominazione, occorre individuare i motivi alla base della necessità di ridurre il numero delle Regioni che, a mio avviso, dovrebbe essere non più di 8, e anche della validità dell’ipotesi per quanti adesso risiedono in Umbria.

Negli anni passati si è attribuito un ruolo eccessivo alle Regioni, soprattutto in seguito alla presunta necessità di favorire il federalismo, appunto regionale, sotto la spinta prevalentemente della Lega.

In realtà questo ruolo la gran parte delle Regioni non lo ha svolto efficacemente né tanto meno efficientemente.

A parte gli sperperi più noti, quelli riguardanti le spese dei consiglieri regionali, in realtà gli sprechi sono stati molto più consistenti e riguardanti altri settori ben più importanti, come la sanità che assorbe l’80-90% dei fondi gestiti dalle Regioni.

Ma a parte gli sprechi, si sono realizzati diversità normative tra Regione e Regione anche molto rilevanti, diversificando eccessivamente le stesse condizioni di vita degli italiani a seconda della Regione a cui appartengono.

Un’abolizione delle Regioni non mi sembra opportuno perché se scompariranno le Province, come dovrebbero scomparire – per il momento è stata realizzata una relativamente consistente riduzione delle loro funzioni e l’abolizione dell’elezione diretta dei consiglieri provinciali – oltre allo Stato centrale ci sarebbero solo i Comuni che, peraltro, in Italia sono troppi e il cui numero difficilmente potrebbe essere diminuito considerevolmente, come necessario, per lo più per motivi campanilistici.

Degli enti intermedi sarebbero, pertanto, indispensabili e potrebbe esserlo le Macroregioni, poche, più efficienti e più efficaci, e con funzioni precise e non eccessive.

E gli umbri avrebbero vantaggi nel far parte di una Macroregione che io ho chiamato Etruria?

Qualche osservatore, piuttosto critico nei confronti dell’operato del ceto politico-amministrativo della Regione Umbria, potrebbe limitarsi a rilevare che gli umbri, all’interno di una Macroregione, sarebbero governati meglio, solo perché il ceto politico-amministrativo della Macroregione sarebbe composto solo in minima parte da umbri.

Ma in realtà i vantaggi per gli umbri sarebbero gli stessi di quelli che riguarderebbero tutti gli altri italiani, vantaggi che sinteticamente ho già esposto.

E, in conclusione, non si deve pensare che ragionare di Macroregioni sia del tutto secondario in un periodo come quello attuale in cui vi sono, in Italia, altri gravi problemi economici e sociali.

In realtà nell’affrontare i problemi più immediati e che incidono, quotidianamente, sulle condizioni di vita dei cittadini, non si dovrebbe mai tralasciare di elaborare e poi attuare progetti relativi a un futuro non immediato ma che potrebbero, successivamente, garantire di affrontare più efficacemente anche i problemi quotidiani.

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