Appunti semiseri di un disegnatore senza peli sulla lingua. Che parla, e sparla anche, di chiunque abbia conosciuto o semplicemente incrociato nel corso della sua vita. I suoi bersagli? Potenti e poveracci, ecclesiastici di rango e gente comune. Nella serie di grandi cartoni satirici che vengono presentati in questa retrospettiva ( Orvieto, ex chiesa di San Bernardo, piazza del Popolo, dal 05 al 21 settembre 2014) si è voluto privilegiare la relazione con il banchetto, la convivialità e in particolare con il vino, temi che occupano del resto un posto di primissimo piano nell’opera di Franco Gentili (Roma, 1936), disegnatore da pochi anni assurto a notorietà ed apprezzato in tutto il mondo.
Dalla sua matita, a volte ruvidamente graffiante talaltra più conciliante, fiorisce tutta una gamma di tipologie umane, di ritratti, di caratteri psicologici, declinati e indagati nelle più intime sfaccettature.
Il rapporto viscerale, direi antropologico, di ogni uomo con il bere e il cibo, offre infatti all’artista lo spunto per tracciare la più impertinente fisiognomica umana. Ecco allora aprirsi davanti ai nostri occhi una gustosa galleria di storie e personaggi strampalati che si esibiscono in tutta la loro colorita gestualità. Nella loro “mimica”, fortemente eloquente e talora connotata secondo i ruoli sociali di appartenenza, possiamo riconoscere i volti o le smorfie di tanti personaggi della vita di tutti i giorni.
In tale repertorio ognuno di essi interpreta una modalità tutta propria di rapportarsi al bere o al cibo, all’origine della quale ritroviamo quella varietà di situazioni esistenziali, che in fondo si riassumono in due poli dialettici: da una parte il dramma, la miseria morale o materiale; dall’altra il riso, l’opera buffa.
Come appare chiaramente dalle carte “speciali” in mostra in questa rassegna, carte di riciclo ora abrase e ingiallite dal tempo ora strapazzate sotto l’effetto del “furor artis”, il segno di Gentili non è mai distaccato, meramente descrittivo. Piuttosto evoca, stuzzica. Diviene spesso narrazione ammiccante, allusiva, ironicamente affabulatoria, tale da sollecitare la complicità emotiva dell’osservatore. Ne deriva perciò un linguaggio che, pur nella scarna essenzialità, si rivela potentemente evocativo. Mentre non di rado si fa persino impertinente, tradendo nei suoi insuperabili guizzi burleschi quel gusto per lo sfottò che è tipico dell’anima popolare romana.
Accanto ai lavori ispirati al tema del bere sono presenti una serie di opere astratto-geometriche, appartenenti alla fase della maturità, nella cui subliminale armonia compositiva si può scorgere la grande lezione classica e, in particolare, l’idea pitagorica della misura come legge del cosmo.









