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Home Sette Giorni

C’è una terza categoria di contribuenti: i turisti. E non si può tornare indietro

Redazione by Redazione
6 Settembre 2014
in Sette Giorni, Archivio notizie
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4-Turisti ammirano il Duomo di Orvietodi Dante Freddi

Ormai non si torna indietro e la tassa di soggiorno entrerà tra le imposizioni a cui sono soggetti i turisti che dormono in città. L’applicazione della tassa è stata molto contrastata ma gli albergatori, lobby pur particolarmente pressante, non sono riusciti a evitarla.
Introdotta da Còncina per poter chiudere il bilancio con nuove entrate, è stata poi mitigata per alcuni mesi e ora torna ad essere quanto stabilito all’inizio, un paio di euro al giorno.
Scrive l’assessore al Bilancio, Gnaganrini, che “Orvieto è una città di 20.000 abitanti che ospita ogni anno centinaia di migliaia di turisti. Pertanto i costi della città non devono gravare solo

sui cittadini residenti, ma devono essere compensati dal contributo dei turisti attraverso le forme consentite dalla legge e con opportune modulazioni delle tariffe dei servizi dedicati”.

Nello schema di Dpr del 2011 che istituisce la possibilità di applicare la tassa si legge che la nuova imposta ha come destinazione, totale o parziale, il finanziamento di interventi nel settore del turismo, ricomprendendo in questa nozione interventi di recupero e manutenzione di beni culturali e valorizzazione di beni culturali, paesaggistici e ambientali.
Sarebbe un’idea giusta, dato il mancato trasferimento ai comuni di risorse per garantire servizi e decoro in quelle che si definiscono città turistiche e si propongono di accogliere forestieri.
“No”- dicono gli albergatori “non è giusto, paga soltanto chi si ferma mentre le centinaia di migliaia di passanti consumano in bar e ristoranti e negozi e non pagano nulla”. E ancora: “No, i soldi servono soltanto per fare cassa e pareggiare i bilanci bucati del Comune”.

Effettivamente c’è una logica in queste affermazione e sarebbe giusto che pagassero tutti qualcosa e che i proventi del turismo servissero in gran parte per consentire alla città di essere e proporsi al meglio del decoro. C’è da dire anche che chi viene in città, in un modo o nell’altro, qualcosa paga, come i parcheggi di auto e autobus.
A questo punto, la discussione può essere chiusa esclusivamente da un ragionamento:
1-Vogliamo una città pulita e accogliente e attrattiva, da “vendere” come tale? In questo caso non c’è altra via che far pagare chi ne fruisce, giusto o meno, nelle forme possibili e senza esagerare, perché dallo Stato non verrà un euro.
2- Vogliamo vendere la città come fosse un comodo autogrill sull’A1 (citazione da una considerazione di Gnagnarini), tra Firenze e Roma, e concorrere con chi offre altrettanto?

Non c’è bisogno di molto. Basta tenere pulito, soprattutto per la rispettabilità di chi ci abita, e avere qualcuno che vende souvenir davanti al ristorante. Eventi, musei, monumenti, percorsi, negozi d’arte non servono per questa economia.

 

Io spero che chi governa la città decida di costruire un modello di eccellenza e quindi decida di superare con coraggio tutte le resistenze al cambiamento che si pongono in mezzo, sempre aggressive e tenaci qualsiasi cosa cambi, qualsiasi privilegio venga ritirato, spesso neppure lucidamente coscienti della convenienza o meno di simile atteggiamento “naturale”.
Non intendiamo certo giudicare le capacità imprenditoriali di qualcuno, ma spingere gli amministratori a svolgere il loro compito di garanzia del bene di TUTTA la città, questo sì.
La tassa di soggiorno è un altro tabù che ci poniamo innanzi per complicarci i faticosi e sofferti processi di cambiamento e bene ha fatto Còncina a rifiutarsi di mettersi al collo un simile cappio.

E’ che le risorse, però, vanno destinate principalmente al turismo e non ad altre finalità, seppure importanti, altrimenti cade ogni giustificazione e hanno ragione i Laudator es temporis acti che vorrebbero gli autobus davanti all’albergo, le auto parcheggiate davanti al bar e al ristorante, i pellegrini campani a cui vendere i piatti della “spaghettata” e rimpiangono, perché era un bel boccone mensile, i giuramenti delle reclute del CAR con tutte le famiglie in visita. Tutto bene, ma forse per andare avanti sarebbe sufficiente prendere atto definitivamente che quelle condizioni, qui a Orvieto, non ci sono più e non possono essere replicate.
Basterebbe decidere di collaborare allo sviluppo della città e del territorio anziché costituirne il freno.

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