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Home Politica

Tu che ne dici? del 26 maggio 2014 n° 41

Redazione by Redazione
26 Maggio 2014
in Politica, LETTERE PROVINCIALI, Archivio notizie
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Orvieto sui carboni ardenti.

Dal locale al globale e viceversa

La cultura sepolta risorgerà? Quale destino per Orvieto e per l’Europa?

Caro Pier,

venerdi scorso un editoriale di Orvietonews denunciava lo stato di abbandono del nostro patrimonio archeologico. Tra i commenti che ne sono seguiti mi ha colpito quello che ti riproduco di seguito, sia per l’inconsueta densità linguistica (che però mi è suonata un po’ familiare), sia soprattutto per il sacrosanto pressante invito al prossimo sindaco, alla sua giunta e all’amministrazione tutta di adottare finalmente politiche adeguate ad una città e ad un territorio che hanno un patrimonio culturale straordinario e che però sembra essere dimenticato rispetto sia al suo valore che alla sua forza attrattiva per lo sviluppo.

Questa nostra rubrica uscirà quando i giochi elettorali sono conclusi, ma troppo presto per sapere bene come. Aggiungo perciò ora solo una piccola chiosa. Nel corso della campagna elettorale ha brillato per la sua assenza non solo il tema dell’Europa (pure così importante per il nostro destino) ma anche quello del programma di governo locale. Credo perciò che al di là dei cambiamenti del personale politico, vedremo come e in quale misura, ciò che conterà sarà la squadra di cui si avvarrà il sindaco, il tipo e la forza della sua maggioranza, lo stile politico adottato e la scelta delle priorità. Non mi pare poca cosa ciò che è ancora da definire. Tu che ne dici?

Tuo Franco

“Se chi ha voluto e, per i posteri, chi avrà voluto consapevolmente mettersi a disposizione, a servizio della Comunità per assumersi l’onere di condurre l’amministrazione pubblica locale (e, attenzione, la conduzione spetta tanto alla maggioranza, in qualità di garante, quanto alla minoranza della cosidetta opposizione, che deve sempre essere costruttiva), se Questi non usciranno una volta per sempre dal tunnel della distrazione, della disconoscenza, dell’alibi da poverimabelli, della noncomprensione di qual popò di risorse culturali, storiche, archeologiche, artistiche, architettoniche, disponga Orvieto pulcherrima: allora anche questa ennesima fatica di variegate proposizioni piùomenopolitiche, sarà stata soltanto un’altra carnascialata; spendacciosa; rumorosa e a volte pure fastidiante; certamente sporcheggiante i marciapiedi, peraltro comunque luridi, di inutili volantini. Coriandoli patetici nel vento di ‘sta primavera uggiosa e malinconica. L’erba va tagliata quando si deve e da chi sa. Sindaco e Giunta che verrai, giura il tuo mandato sulle nostre antiche cronache; sulle Riformanze; al cospetto del Papafico e del Redentore nella Rosa dell’Orcagna. Restituisci Orvieto al ruolo culturale e turistico che le spetta. Sostieni i tanti boni homines che pur nella disgrazia di decenni insulsi d’ignoranza strumentale hanno voluto continuare a tenere alto il nome di Orvieto nel mondo, a prescindere da una regione accorogliata su se stessa che se e quando ti rivolga uno sguardo, è solo di sbieco e spesso in tralice: di malocchio, invidia forse? Orvieto in effetti possiede troppa ricchezza culturale; così tanta che è come se non ne avesse alcuna. Anche l’oro, sommerso dallo sterco, non luccica più.”

leoniping200Commento di P.L. Leoni

La scarsa attenzione all’Europa credo che dipenda dalla debolezza delle opinioni e delle passioni in merito. Debolezza che non riguarda solo i cittadini comuni, ma anche gli esperti di economia, di finanza e di politica. La spregiudicata e felice autonomia delle banche centrali statunitense, giapponese e inglese indebolisce i difensori dell’euro. Ma l’uscita dall’euro appare problematica proprio per quegli Stati, come il nostro, gravati dal debito pubblico, dalla scarsa produttività e da altri ben noti difetti. Inoltre la recessione economica fa sragionare, tanto da far rimpiangere i tempi dell’inflazione, che è la più iniqua e la più pericolosa delle imposte. Speriamo che, eletto il nuovo parlamento europeo, sia apra un confronto dal quale emergano idee più chiare e costruttive e quindi più coinvolgenti. Quanto a Orvieto, credo che il primo consiglio da dare al nuovo sindaco debba consistere in un richiamo alla realtà. E la realtà più evidente è che amministrare Orvieto è un compito difficile. Sia perché si tratta di una realtà dispendiosa  (un vasto territorio, tante strade, tanti cimiteri ecc.) sia perché rimane lo strascico di tanti dispendi. Il richiamo del nostro immaginifico amico ai tesori di Orvieto è tenero e commovente, ma non basta. I saggi dicono che quando un problema difficile ti sembra facile vuol dire che non l’hai capito. E per capire il problema di Orvieto e ricercare la corretta soluzione è indispensabile uscire dal provincialismo, guardare al resto d’Italia, al resto d’Europa e al resto del mondo. Ignorare altre esperienze non è oggi una miopia, ma una colpevole follia. Quando un potente politico orvietano di origine contadina disse a Giancarlo Pajetta che sarebbe stato il caso di abbattere le scalcinate case della Cava per sostituirle con due belle schiere di moderne case popolari, il compagno onorevole gli batté la mano sulla spalla e gli ricordò il consiglio di Lenin: «Studiare, studiare, studiare sempre.»

barbabella 200Commento aggiunto di F.R. Barbabella

Il tuo discorso è chiaro e condivisibile. Mi permetto pertanto di fare solo qualche marginale considerazione.

La prima. Sì, “studiare, studiare, studiare” lo dicevano Lenin e Gramsci, lo disse Pajetta, lo ripeteva anche mio padre, che non sapeva che lo avevano detto Lenin, Gramsci e Pajetta. Tutti loro pensavano che la cultura si acquisisse con l’istruzione, e i nostri padri ci hanno fatto studiare perché erano convinti allora che ciò che fa la differenza è la cultura, il sapere contrapposto all’ignoranza. Ma nel tempo chi ha vinto, il sapere o l’ignoranza? Non si possono fare discorsi assoluti, ma che il sapere abbia avuto ed abbia vita difficile e che l’ignoranza abbia conquistato gangli vitali della società e sia penetrata stabilmente negli ambienti della cosiddetta classe dirigente non credo si possa mettere in dubbio. Dunque la mia fermissima convinzione è che bisogna prioritariamente affermare che ad ogni livello il sapere viene prima dell’ignoranza e che, mentre del primo non si può fare a meno, della seconda farne a meno si può e si deve.

La seconda. Sul “Corriere della sera” di ieri mi hanno colpito due articoli, entrambi attinenti all’argomento di cui stiamo discutendo. Il primo è il fondo di Claudio Magris, la cui tesi è che, essendo l’Europa il luogo in cui storicamente hanno trovato un punto alto di conciliazione i diritti individuali con i principi umani universali, qui deve realizzarsi, contro il pericolo di decadenza che viviamo e che si prospetta in progressivo aggravamento, il “ritorno della grande politica”, il sogno dell’unità dei popoli con a fondamento una rinnovata cultura dell’universalità dei valori. Il secondo è la recensione di Giulio Giorello al libro di Manuela Albertone National Identity and the Agrarian Republic, dedicato alle idee di Thomas Jefferson (il padre della Dichiarazione d’indipendenza americana e terzo Presidente degli Sati Uniti) circa la lotta contro lo strapotere delle banche. Giorello, dopo aver sottolineato l’avversione di Jefferson “per un sistema bancario tanto svincolato da qualsiasi forma di pubblico controllo da «minacciare le stesse istituzioni repubblicane»” in quanto protagonista di “una bolla speculativa” che “affliggeva come una pericolosa malattia i cittadini”, ne fa emergere la lungimirante indicazione per una stabile via d’uscita: fondare la democrazia su una solida base sociale, rappresentata da un ceto indipendente sia economicamente che culturalmente e politicamente, che per lui (sulla scorta del pensiero dei fisiocratici europei) era rappresentato dai farmers, gli agricoltori indipendenti, e che noi oggi potremmo indicare in un ceto medio preparato culturalmente e professionalmente, dinamico e responsabile. Questi due interventi non ci dicono forse quale dovrebbe essere la direzione di marcia di una classe dirigente che in ogni luogo dell’Europa volesse sentirsi ed essere europea?

La terza e ultima, che deriva dalla due precedenti. Colgo dunque il tuo “richiamo alla realtà”, secondo cui “per capire il problema di Orvieto e ricercare la corretta soluzione è indispensabile uscire dal provincialismo, guardare al resto d’Italia, al resto d’Europa e al resto del mondo”, e “Ignorare altre esperienze non è oggi una miopia, ma una colpevole follia”, non come un semplice consiglio al sindaco, ma come esplicitazione dell’essenza del nuovo programma di governo della città, città che è speciale di per sé e per il fatto che stenta però ad esserlo proprio per la sua classe dirigente.

 La foto “Orvieto infuocata” è di Piero Piscini

 

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