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Home Politica

Concorrenza sleale. Aggravata da arbitro miope

Redazione by Redazione
31 Marzo 2014
in Politica, Secondarie, Archivio notizie
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Porta D'Orvieto 2 Riceviamo da Massimo Maggi – Forum Cittadino e pubblichiamo

Le ripercussioni, previste e prevedibili, dell’ennesimo centro commerciale cominciano a generare i suoi effetti deleteri nei confronti del vero commercio e sulla mobilità del territorio di Orvieto. Una politica di sviluppo del territorio aberrante, miope e affaristica ha snaturato la naturale vocazione di questo territorio senza apportare alcun beneficio concreto all’occupazione.

Quando in un luogo vivo e propulsore di attività e fermento sociale si cala dall’alto un Centro Commerciale Delocalizzato quel luogo diventa un ‘non luogo’. Nonostante avessimo appreso da tempi remoti questo insegnamento le amministrazioni locali, senza tempo e senza cultura, hanno operato scelte scellerate. Si è perseguito ciecamente un moderno senza merito, una europeizzazione forzata che annulla le singolarità e le eccellenze locali producendo standard senza anima. Le città storiche in particolare sono il risultato di attività che snodandosi nei secoli  hanno creato aggregazioni ed equilibri. La mobilità di idee, luoghi, commercio, artigianato, ospitalità e cultura, disegnano nel tempo quelle urbanistiche congeniali all’equilibrio sociale nello stesso modo, e con la stessa forza, con cui un fiume disegna una valle. Per ogni centro commerciale o ‘non luogo di consumo’ (e non è il primo ad Orvieto) le piazze si svuotano, il centro cittadino si riempie di uffici e il resto è abbandonato al degrado urbano. Queste strutture accelerano e rendono irreversibile l’isolamento dell’individuo, a cui non rimarrà che scaricare la sua frustrazione nel consumo eliminando la “distrazione” del vivere sociale.

Da un punto di vista economico e commerciale è abbastanza curioso come i nostri amministratori non abbiano sentito la necessità di evidenziare il fatto che la ricchezza prodotta dal lavoro di chi vive all’interno di un quartiere “vivo” ritorna in parte all’interno del quartiere stesso, grazie alla microeconomia delle botteghe e delle piccole attività, che a loro volta producono occupazione per chi vive in quei luoghi. Alle dirigenze dei grandi Centri Commerciali è normale che non interessi se i quartieri perdono vita e se si annientano comunità di persone che esistevano da decenni. A loro non interessa se aumenta la solitudine, la depressione, il disagio giovanile e tutti quei fenomeni che sorgono quando gli individui non si sentono parte di una collettività. Il loro unico obiettivo è riuscire a strappare il cittadino dal proprio ambiente sociale per trasformarlo in un consumatore a tempo pieno; è per questa ragione che i grandi centri commerciali sono sempre aperti, tutti i giorni e a tutte le ore. Quello che non è normale è l’indifferenza dei nostri amministratori comunali il cui ruolo è quello appunto di preservare e garantire la sostenibilità del tessuto sociale. E’ stata distrutta la viabilità, ignorata una sana mobilità, solo per creare un accesso (ad alto impatto) alla Porta di Orvieto volta a favorire queste operazioni estremamente lucrative per la speculazione edilizia, e un po’ meno per gli esercenti al loro interno, ma tremendamente dannose da un punto di vista socio-urbanistico e culturale.

Non servono infatti lauree in economia per rendersi conto che i centri commerciali non producono ricchezza per un territorio, ma la sottraggono. Spesso la grande distribuzione viene presentata come ancora di salvataggio ma purtroppo in Italia i grandi magazzini sono i luoghi di lavoro in cui la precarietà è maggiore. Da tutti questi elementi è facile capire che i (pochi) posti di lavoro che crea l’insediamento di un centro commerciale non sono per la propria natura in grado di soddisfare le esigenze di stabilità di un individuo o, meno che mai, di una famiglia.

Sarebbe interessante sapere dall’amministrazione se questi temi sono stati affrontati durante le loro ‘serie ed approfondite discussioni‘ e quali “strategie di sviluppo” stanno dietro a queste scelte.

 

Ci troviamo così nella desolante situazione dove realtà commerciali cittadine sono state costrette, loro malgrado, ad ampliare forzatamente la propria attività per evitare una forte concorrenza imposta da grandi corporazioni mercantiliste. O fai così o ti apro un megastore a due passi con prezzi bassi a tal punto che tu non riusciresti a vendere neanche un rotolo di carta igienica. Così piccole imprese, a conduzione prevalentemente familiare, sono state costrette a trasferirsi nel Centro Commerciale un po’ per il ricatto dell’eventuale concorrenza e un po’ per l’indifferenza dell’amministrazione sul disastro dell’alluvione. Costrette a sostenere investimenti e ricorso a finanziamenti in parte fumosamente sostenuti dal Brand del Marchio, in termini di agevolazioni iniziali sulle scorte o sul personale necessario all’avviamento, e ben presto abbandonate al loro triste destino: costretti a licenziare e trovandosi a gestire impegni e finanze che altro erano dall’attività originale del sano e sostenibile commercio locale. Quei dipendenti precari o licenziati, quelle imprese, costrette e bleffate da un falso miraggio, gli abitanti di quel territorio deturpato e distolto, sanno ora a chi rivolgere la loro frustrazione e la loro indignazione. Con quale coraggio e con quale faccia questa amministrazione e questa falsa opposizione si ripresenteranno alle prossime elezioni?

 

 

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