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Home Politica

Auschwitz “Arbeit macht frei”, “Il lavoro rende liberi”

Redazione by Redazione
28 Gennaio 2014
in Politica, Archivio notizie
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di Cristina Calcagni

L’umanità contro l’umanità. Si dice che il tempo cancelli ogni dolore. Spetta a ciascuno di noi impedire che ciò accada. Un crimine così grande, che ha profondamente segnato la storia della nostra civiltà, dovrà restare eternamente presente. Oggi più che mai lo spettro della grande crisi del 1929 non è un argomento di storia del secolo che abbiamo appena lasciato. Le incapacità politiche di chi governa vengono puntualmente focalizzate su ipotetici estranei  “untori” del momento. Ho terrore nel leggere quanto accade intorno a noi, giovani che decidono di togliersi la vita perché non riescono a trovare una loro identità, non riescono a camminare, in questo strano mondo, con le loro gambe. Quando proprio sui nostri giovani è riposta la speranza di un cambiamento radicale e di un ritorno a quei fondamentali, etici e morali, necessari a superare ogni forma di discriminazione.

I nostri figli, i nostri giovani, non hanno la responsabilità di ciò che accadde tra il 1938 e il 1945, ma hanno la responsabilità di ricordare, sempre, ciò che l’uomo ha fatto contro l’uomo, affinché non si ripeta mai più. In questo voler ricordare non è sempre necessario accompagnare l’azione con la commemorazione. Occorre piuttosto spostare l’attenzione al rivivere quello che è stato, altrimenti si rischia, dopo tutti questi anni, che hanno visto perduti i testimoni, di sbiadirne il ricordo stesso. Un monito perenne contro ogni discriminazione, persecuzione e offesa alla dignità umana.

 

Ancor oggi leggere le frasi in premessa mi provoca un brivido di paura e di sgomento. La glacialità di queste parole e di quello che hanno rappresentato per undici milioni di vittime tra cui oltre sei milioni di ebrei, rischia di trasformarsi in un momento di citazione e basta. Dobbiamo andare oltre e riviverle nelle nostre coscienze.

 

La “cagna” di Buchenwald, Frau Lise Koch la moglie del comandante del campo Karl Koch, aveva un desiderio feticista per i tatuaggi dei prigionieri, che avrebbe fatto scorticare dalle vittime e avrebbe tenuto da parte: proviamo per un attimo ad immedesimarci in questi comportamenti. Così come proviamo a rivivere lo sgombero del Ghetto di Roma, la ferocia di alcune gestualità come quella di prendere i neonati ebrei per le loro piccole caviglie e buttarli con forza a terra; proviamo a rivivere l’inganno con il quale venivano trascinati a centinaia di migliaia negli appositi spazi doccia e ad aprire i rubinetti che introducevano, sotto forma di gas, il micidiale topicida Zyklon B; proviamo a rivivere le urla di dolore che in pochi secondi trasformavano una doccia comune in un inferno di cadaveri; proviamo a rivivere lo sgombero dei cadaveri attraverso la loro cremazione nei forni.

 

Recentemente alcuni balordi hanno rubato alla Scuola Anne-Frank di Francoforte un piccolo albero di castagno, getto arrivato dall’Olanda e ricavato con fatica dall’originale, ormai marcio ed abbattuto, che si trovava di fronte alla casa di Anna Frank. L’albero era stato piantato nel 2008 nel ricordo del tragico destino della giovane fanciulla ebrea che morì nel 1945 nel campo di concentramento di Bergen Belsen, e a cui la giovane faceva riferimento anche nel  suo diario, che ognuno di noi conosce per aver letto o soltanto per averlo vissuto attraverso i numerosi film prodotti. Sono certa che il moncone di tronco rimasto potrà germogliare nuovamente e confidente che anche senza l’albero, che il puerile, vile e sottoculturato gesto ha rimosso, il ricordo non verrà mai cancellato.

Per non dimenticare le nostre sorelle e i nostri fratelli ebrei che, insieme ai loro figli, furono umiliati, derisi e barbaramente uccisi nell’aberrante disegno nazi-fascista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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