di Mario Tiberi
Ho partecipato sabato 28 Settembre, con apprensione ed entusiasmo insieme, alla giornata di mobilitazione cittadina avverso la chiusura del Tribunale di Orvieto e, mentre in corteo procedevo alla volta di Piazza della Repubblica, ho avvertito come non mai la percezione che non si trattasse solo della Chiusura del Tribunale e bensì di una chiusura ben più ampia: quella della Città di Orvieto nel suo complesso e nelle sue varie articolazioni.
Non Vi nascondo che ho meditato, pur avendolo preventivamente concordato, se fosse stato opportuno prendere la parola o tacere o se, una volta deciso di intervenire, quali argomenti affrontare e da quali visuali di analisi e di critica razionale svilupparli.
Devo, innanzitutto, pubblicamente ringraziare gli organizzatori e tutti i partecipanti per la cortesia riservatami e l’attenzione con la quale hanno ascoltato ciò che avevo loro da dire, non per personale protagonismo, ma in spirito di partecipazione attiva alle vicende civiche e per un preciso dovere morale.
Orvieto città democratica, solidale e certamente sensibile ad affrontare le questioni, anche le più dolorose, ha però necessità di una repentina risorgenza di ordine prevalentemente etico e di riprendere al più presto la via del confronto dialettico tra le sue componenti popolari per meglio conoscersi e, quindi, per meglio comprendersi. E’ uno dei modi, concreti e tangibili, per attuare una politica di avanzamento culturale e di progresso civile dalla quale la indispensabile “Concordia Urbevetana”, bene uno e indivisibile, non può che trarne giovamento e impulso.
Si è dunque ritornati in Piazza, dopo svariati anni: in “Piazza Grande” dove ogni Orvietana e ogni Orvietano avranno il diritto di vedersi riconosciuta almeno una carezza, dopo un lungo periodo di molteplici schiaffi, e dove avranno la possibilità di ritrovare fede e fiducia nel loro futuro e in quello delle generazioni a noi susseguenti.
Ed allora, come primo passo, ci si sbarazzi dei vezzi eccessivamente intellettualistici e salottieri lontani anni-luce dalle reali esigenze e dai pressanti bisogni delle genti comuni, dalle malsane abitudini delle riunioni in “stanze segrete” dalle quali, ancora con arroganza e supponenza, si pretenderebbe di imporre la volontà di pochi a quella dei molti e tutto, al contrario, venga invece esercitato senza sotterfugi e nascondimenti. Sotterfugi e nascondimenti: al fine di evitarli, e lo dico per primo a me stesso, andrà adottata come regola di fondo un modo di parlare al popolo che sia diretto, lineare, chiaro, inequivocabile e che rifugga da perifrasi, arzigogoli ed avvitamenti linguistici che allontanano i nostri interlocutori invece di avvicinarli.
Parlare al popolo con chiarezza e coerenza vuol semplicemente significare di riportare, sullo stallo ad essa degno, la politica come arte.
E per ricondurre la politica ad arte, altra via non vi è se non quella di una benefica rivitalizzazione della “arte della politica” e delle strategie ad essa conseguenti, di come si può e si deve tracciare un percorso di presenza nella società al fine di ristabilire il collegamento, ormai venuto meno, con le istanze più vive e sentite da parte dell’opinione pubblica, della necessità di ricreare una nuova stagione in cui lo stile di pensare e di agire di coloro che si riconoscono nell’etica della cultura pubblica ritorni ad essere qualitativamente prevalente e, quindi, riconoscibile ed attrattivo precisando, infine, che una ripartenza dell’iniziativa politica delle forze del cambiamento e pur anco della rivoluzione non può non abbandonare i metodi stantii e nauseanti del “Caballero”, cioè di colui che opera solamente per acquisizione o mantenimento di postazioni privilegiate e di tornaconto individuale.
Per quel che mi riguarda, torno a ripetere che, seppur appaio un credibile precorritore di eventi, non sono tanto io che sono andato avanti, quanto piuttosto è la società nel suo complesso ad essere scivolata all’indietro verso forme di qualunquismo, di relativismo spirituale e di “nichilismo” politico dove, ovviamente, le forze della retriva reazione non possono che sguazzare.
Si deve allora ripartire, forse da zero, per industriarsi nel cimento di “Raccontare una Nuova Storia” ad una Città che sappia guardare avanti e in grado di costruirsi con le sue stesse mani il proprio avvenire.
Per il raggiungimento di tale traguardo le forze sociali e politiche non mancano, purché si abbandoni il vezzo di dividersi per il solo gusto di farlo, di scendere dal piedistallo dell’autosufficienza e dell’autoreferenzialità e, infine, di proporsi come reali forze alternative, serie e dinamiche, credibili e autenticamente popolari.