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Home Cultura

Fatti e testimonianze di “vita telefonica”. Il giugno del 1944

Redazione by Redazione
20 Giugno 2012
in Cultura, Secondarie, Archivio notizie
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Siamo al giugno 1944. Dal Settembre 1943 i soldati tedeschi, unitamente alla milizia, presidiavano la nostra centrale T.E.T.I. (per la quale prestavo servizio dal 1941) per intercettare tutte le telefonate di transito. Nel 1945 gli abbonati non arrivavano a 500.

I militari tedeschi si alternavano ogni quattro o cinque mesi ed io, data l’ovvia inesperienza, li distinguevo solo nel rapporto umano e non nei gradi, che non conoscevo.

Anche se è retorico parlare di buoni e di cattivi, non trovo altra forma per dire in sintesi come si comportassero quei soldati. Comunque sia ho avuto la soddisfazione di sapere che uno di quelli che giudicavo “buono” ha scelto la mia cittadina, Orvieto, per venire a trascorrere la sua vecchiaia.

Tanti nomi si ripetevano sempre: Albert, Joseph, Hans…in particolare ricordo uno che era come un incubo per me…Seep . Gli ultimi giorni prima del passaggio del fronte, tutti i dipendenti adulti della nostra Azienda si erano allontanati da Orvieto per non essere catturati e trasportati in Germania, tra questi c’era mio padre.

Eravamo quasi alla fine della guerra, avevo compiuto appena 16 anni, ed un giorno, mentre stavo al ricovero (si fa per dire perché eravamo sotto le fondamenta del duomo), arrivò Seep obbligandomi bruscamente ad andare in centrale per prestare servizio al centralino sotto la minaccia di scovare mio padre  per portarlo in Germania.

Malgrado le grida di mia madre fui costretto ad accettare e con un gran pianto e tutto impaurito mi recai a prestare servizio al centralino fino a quando, mosso a compassione, Seep mi fece ritornare al ricovero, dopo avere lavorato tutta la notte.

Dopo qualche giorno (14 giugno) arrivarono gli Americani e tutti quanti (compreso mio padre) uscirono dai più impensabili  nascondigli quali cantine, soffitte e rifugi.

I tedeschi avevano portato via la chiave della centrale e toccò a me, che ero esile e mingherlino, entrare attraverso una piccola finestra che sfasciammo a martellate.

Anche se sono trascorsi tanti anni ricordo ancora perfettamente lo spettacolo che si presentò davanti ai miei occhi: decine di bombe a mano sopra il tavolo e centinaia di proiettili inesplosi per terra. Le cappe che coprivano i meccanismi tutte all’aria; i cavi spezzati e tutta la centrale in uno stato di distruzione tale da sembrare impossibile che fosse opera di un solo uomo, Seep. Eppure solo lui è rimasto fino all’ultimo istante quindi solo lui poteva essere l’autore di quei danni.

Devo riconoscere che solo con l’abnegazione e la capacità dell’allora Capo Centrale, il sig. Natali, fu possibile, dopo pochi giorni e con modestissimi mezzi, ripristinare la Centrale stessa. Grazie anche al prodigarsi del personale esterno, con mezzi di fortuna si sono potute riattivare le comunicazioni con tutta la parte dell’Italia liberata.

L’ultimo ricordo che mi sovviene è legato al servizio svolto dai vecchi combattenti (e mutilati) della prima guerra mondiale che, in servizio alla DIGAT (la contraerea), erano addetti a suonare le campane di allarme e successivamente azionare, dietro nostra segnalazione, i due motori di una grande sirena. Ricevevamo via cavo le informazioni di attacchi aerei e subito le trasmettevamo a loro dando l’allarme alla città.

Un episodio che mi è rimasto sempre impresso riguarda la notte che scaricarono una bomba su Orvieto. Forse perché non avevano percepito esattamente l’esatto punto dove era caduta questa bomba, gli addetti della DIGAT che stazionavano sopra la Torre del Moro ci avvertirono che era stato bombardato il Teatro (e non era vero perché non si trattava di un vero e proprio bombardamento), mentre a mia madre, che era rifugiata al ricovero del Duomo, le fu riferito che la bomba era caduta sulla Torre del Moro. (Devo far notare che le fondamenta della torre del Moro, di2 metrie cinquanta, servivano da ricovero per me e per una mia collega). Nessuno può immaginare i pianti di mia madre. Con l’aiuto di un militare della DIGAT volli recarmi al suo rifugio e, strada facendo, vicino all’attuale ufficio postale trovammo i due cadaveri di Raffaello Ravelli e Carlo Esposti, rimasi sconvolto … come ho detto avevo poco più di 16 anni.

Oggi ne ho 85.

 

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