OPINIONI INCROCIATE DEL LUNEDI 12 Febbraio 2018 [435]

Categoria: Archivio notizie,LETTERE PROVINCIALI

 

In politica lo sguardo corto fa solo danni
di Franco Raimondo Barbabella

Mi chiedo (ma è una domanda retorica) perché in occasione delle elezioni, soprattutto di quelle politiche, debba venir fuori il peggio del peggio del confronto, che a livello locale o si trasforma in scontro che esalta insieme ignoranza e strumentalizzazione oltre che il menefreghismo per i problemi della comunità, come se questa non fosse parte di una realtà più vasta. Ci si accapiglia ferocemente sul significato del Giorno del Ricordo, quando su questo bisognerebbe solo riflettere sulla base dei dati e dei significati storici, e però non emerge nulla o quasi su che cosa significa partecipare da qui al rinnovo della classe dirigente nazionale.

Ovvio che si tratta di per sé di un limite che non si deve sottacere. Ma quello che penso sia bene soprattutto evidenziare è che non si capisce se e come possa esserci, da parte delle formazioni politiche oggi in lizza, un qualche interesse serio per un territorio che come il nostro da tempo sta subendo un processo di trasformazione in negativo, cioè uno scivolamento progressivo verso l’emarginazione strutturale da cui difficilmente riusciremo a risollevarci senza una virata, una vera svolta. In questo senso, bisogna dirlo, non si vede nulla di nulla.

Eppure Orvieto, che è comunque una parte dell’Umbria e però anche un territorio ponte tra tre regioni, ha problemi che dobbiamo definire propriamente di tipo nazionale, se non altro per agricoltura e ambiente, viabilità e trasporti, servizi sanitari e scolastici, amministrazione della giustizia, sviluppo turistico e culturale, banca e credito, e scusate tanto se è poco! Ci si affida solo alle confuse, indeterminate, demagogiche, spesso incomprensibili, politiche general generiche propagandate dai leader nazionali? Non c’è nulla di specifico da dire?

Ad esempio, ci sono idee sulla riforma istituzionale in direzione delle macroregioni o per lo meno su politiche che favoriscano il superamento delle barriere amministrative tra regioni sui temi strategici dello sviluppo, mettiamo con l’incentivazione di unioni interregionali dei Comuni? Ci sono idee su politiche territoriali interregionali in tema di ambiente, cultura e turismo? Ci sono idee su come reimpostare i rapporti di governo intraregionali per evitare fenomeni diciamo di cannibalismo verticistico? Ci sono idee su come contrastare il saccheggio delle città storiche per fenomeni quanto meno sospetti di acquisti rapidi ed altrettanto rapide vendite?

Potrei continuare. Ma forse non ne vale nemmeno la pena, perché non mi rendo più conto di chi può essere interessato a ragionare su queste basi. Eppure credo che stia proprio qui la questione delle questioni: il rifiuto, il fastidio, per i tentativi di guardare al di là del proprio naso, che fa il paio con la paura di disturbare i piccoli interessi e gli amici di turno. Senza capire che lo sguardo corto porta inevitabilmente ad una miopia che non si corregge con gli occhiali perché è miopia della mente.

I soggetti che dovrebbero porre i problemi a questo livello in teoria ci sono: i partiti, le istituzioni, le organizzazioni collettive. Se non lo fanno, altri dovranno farlo.

 

L’opinione di Leoni

Altri dovranno farlo. Ma chi? L’unica speranza è che emergano e si affermino sulla scena politica personalità che abbiano qualità di statisti ed entrino in sintonia col sentimento popolare, in modo che il popolo li riconosca come interpreti affidabili delle proprie profonde aspirazioni.
Persino la legislatura appena finita, nonostante un parlamento delegittimato dalla incursioni della corte costituzionale, ha dato modo di emergere a personaggi stimabili come il presidente Mattarella, il primo ministro Gentiloni, i ministri Padoan, Minniti, Calenda, Franceschini, Lorenzin e pochi altri personaggi nella maggioranza e nell’opposizione. Dobbiamo sperare che, nella prossima legislatura, non ci si affidi all’illusione che la legge elettorale sia decisiva nello stabilizzare i governi e si lasci in pace il parlamento che sarà venuto fuori dal voto.
Non è detto che la corte costituzionale resisterà alla tentazione di rifare a proprio arbitrio la legge elettorale, invalidando il nuovo parlamento. Ma comunque non arriverà al punto di mandare a casa gli eletti dal popolo, squinternando la nostra democrazia con una specie di colpo di stato. Forse la probabile mancanza di maggioranze precostituite abbasserà le penne ai galletti più agitati e convincerà i parlamentari a tutelare la propria funzione con sintonia sufficiente per fare poche e buone leggi e per limare le unghie alla burocrazia e alla magistratura. Per fare questo dovranno ispirarsi alla pazienza e alla saggezza dei Tedeschi e dovranno puntare sull’Europa come gli ambiziosi Francesi.

 

Accade a Macerata
di Pier Luigi Leoni

Le truculenze che si sono verificate a Macerata hanno portato alla ribalta una città tra le più civili e tranquille d’Italia. Sono entrati in scena i nazifascisti, i retori dell’antifascismo, i nostalgici del comunismo, i razzisti di tutti i generi e i buonisti cattolici e laici. Si è scoperto che anche nella piccola e tranquilla Macerata vi sono spacciatori che spacciano tranquillamente in luoghi pubblici e immigrati non in regola che, in alcuni casi, si dedicano allo spaccio. Non c’è da meravigliarsi se spesso i poveretti senza lavoro e senza documenti cedono alla tentazione di sopravvivere col delitto. E non c’è da meravigliarsi se polizia e magistratura non riescono a metterli in condizione di non nuocere.
La delinquenza aveva buon gioco anche alcuni decenni fa, quando la Libia non lasciava partire i gommoni e i delinquenti erano quasi tutti italiani. Ricordo che alle fine degli anni ’80 del secolo scorso fui sconsigliato dai carabinieri di passeggiare nel centro storico di Bari, dove non c’era manco un nero, ma tanti ladri bianchi e pugliesi. Sempre in quei giorni a Bari, percorrendo in macchina con un amico una strada molto vicina al bel lungomare, fummo più volte invitati a rallentare e ad acquistare bustine di eroina. Saremmo potuti essere poliziotti in borghese, ma gli spacciatori, che non erano neri, se ne fregavano. Quelle esperienze mi fecero l’effetto di un vaccino contro l’illusione che le autorità costituite abbiano poteri, mezzi e voglia per prevenire i reati anche quando sembrano facilmente prevenibili.
Ma in molte zone tranquille d’Italia la gente non è vaccinata e, quando un pazzo si mette a sparacchiare a tutti i neri che incontra, si sorprende a simpatizzare per il pazzo. È una tragedia purtroppo annunciata e sfruttata da criminali che si spacciano per politici.


L’opinione di Barbabella

Ciò che accade a Macerata dovrebbe insegnarci che anche le città più civili e tranquille possono precipitare in una spirale di degrado civile non previsto ma prevedibile. La verità è che le trasformazioni culturali e sociopolitiche avvengono con progressioni a piccoli passi, che però producono sedimentazioni e indurimenti psicologici rilevanti e pronti ad esplodere. Poi effettivamente esplodono quando un qualche episodio dotato di impatto sia reale che simbolico catalizza le paure e le tensioni così accumulate e qualcuno spregiudicatamente le cavalca.

So di dire qualcosa di scontato, ma penso che risponda a verità. Il fenomeno epocale dell’immigrazione è stato gestito per lungo tempo con i piedi dai diversi governi che si sono succeduti almeno negli ultimi dieci anni. Demagogia, approssimazione, cieca ideologia, di fatto hanno occluso i pori di quel poco di razionalità politica di cui una classe dirigente improvvisata poteva disporre. E si è fatto quello che altri in Europa si sono invece guardati bene dal fare: ci si è barcamenati coltivando per lunghissimo tempo solo l’emergenza.

Ma come si fa a non pensare che distribuire a pioggia masse di emigranti (i diseredati, non i siriani accolti in massa dalla Germania) nelle nostre piccole città periferiche, significava seminare insicurezza, paura del futuro, fastidio per comportamenti opposti a ciò che fa corpo con una consolidata idea di civiltà? Comunità non abituate alla presenza di estranei se non occasionali e soprattutto gelose di tradizioni consolidate, amanti dell’ordine e del rispetto, bisognose di sicurezza, e non provviste di strutture adeguate ad un’accoglienza gestibile, prima o poi, se si creano le condizioni che ho già detto, esplodono. Poi c’è di mezzo ovviamente anche quel mix di degrado umano individuale e di clima xenofobo che porta da una parte alla morte per droga (o forse al delitto) e dall’altra al tentativo di fare pulizia di facce colorate come se si trattasse di depurare la comunità da portatori del male.

Non si dica che ragionando così si giustifica ciò che è accaduto, perché tentare di analizzare le cause di ciò che accade significa esattamente il contrario, ossia cercare di smetterla con le ipocrisie e sollecitare chi ne ha la diretta responsabilità a predisporre finalmente strategie non demagogiche capaci di gestire un problema serio con fermezza e lungimiranza: si accoglie quanto e come si può (e se si accoglie si deve fare sul serio, con veri progetti di integrazione di chi è legittimato a restare), si assicura ordine e pulizia nelle città, si fanno rispettare le leggi, ciò che deve valere per tutti, neri, gialli, bianchi e turchini.

Di Macerate ormai ce ne possono essere molte. Anzi, direi che è più facile che possano esserci nell’Italia periferica e tranquilla che non nelle grandi città per diverse ragioni. Una di queste è che nelle realtà periferiche la preparazione necessaria ad analizzare i fenomeni e l’abitudine a tenersi pronti a programmarne la gestione sono un patrimonio che non è sempre presente e quando c’è è normalmente messo da parte dalle classi dirigenti al potere.

Comunque sia, segnali di degrado ci sono e sono in crescita anche dalle nostre parti. Attenti dunque a sottovalutarli, attenti alle distrazioni per interesse e pigrizia. Ma anche attenti a non commettere errori per ignoranza o sottovalutazione e soprattutto attenti a non seminare odio. Una comunità si può distruggere in tanti modi, che messi insieme fanno una miccia per una bella esplosione. Non ne abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno invece di un impegno collettivo per invertire una brutta tendenza al degrado e all’emarginazione e per garantirci un futuro che non sarà per niente facile.


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