Domenico Pizzardi, Il “Presidente” più innamorato dell’Uso nell’ultimo quarto di secolo del secondo millennio non è più tra noi. Scoperto il gioco, in occasione del Torneo dei Bar sul campo di Via Roma, per il futuro presidente il calcio divenne presto oggetto di passione spontanea, qualche volta irrazionale e non sempre controllabile com’è proprio del tifoso. Sotto la corteccia, però, c’era sempre l’amico con la sua sincerità e l’immediatezza nel rendersi disponibile al bisogno. Un valore, messo, spesso a servizio dell’Orvietana nei momenti in cui il club era a rischio sparizione.
Da Presidente aveva una predilezione per gli allenatori che, a suo giudizio, sapevano davvero di calcio o, comunque, propensi a praticare il gioco offensivo. Per tanti giocatori era un secondo padre cui rivolgersi. La porta di casa Pizzardi era sempre aperta. Lì, Con Liliana, la moglie che lo piange, c’erano Roberta e Cinzia, le due figlie, prima dell’arrivo della formazione di nipoti completa di titolari e riserve.
Domenico, professionalmente, sarà ricordato quale imprenditore virtuoso, attento e partecipe al cambiamento dei tempi senza, per questo, perdere mai di vista le sue origini. La vita sul cantiere dov’era facile incontrarlo, vestito di tutto punto con l’immancabile cravatta e la cucchiara in mano, era un altro dei punti inamovibili della sua vita. Altrettanto, la fede per la Juventus.
Caro Domenico, conserverò il ricordo di riunioni apposta organizzate per convincere amici orvietani a entrare in Società alle quali ebbi la fortuna di assistere. L’ostacolo più duro era, anche allora, quello economico-finanziario per cui occorreva grande destrezza nel costruire su due piedi, servendosi di un foglio e una penna un bilancio di previsione quantomeno in pareggio. Avessi mai fallito un decimale. Un abbraccio (Roberto Pace)








