Domenica 12 aprile, a Monterubiaglio – e non poteva essere altrove – la comunità si è stretta nel ricordo di Don Marzio, a trentasei anni dalla sua scomparsa. Un anniversario che non ha il sapore della semplice ricorrenza, ma quello di una presenza che, per molti, non se n’è mai davvero andata. La commemorazione si è aperta con una Messa partecipata, celebrata dall’attuale parroco Don Marco, alla presenza di gran parte del paese e di una rappresentanza significativa di quelli che, ancora oggi, vengono chiamati “i ragazzi di Don Marzio”. Una decina, arrivati soprattutto da Roma e dintorni, uomini ormai tra i sessanta e i settant’anni, ma uniti da un filo comune che il tempo non ha reciso.
Erano i “suoi figli”, come li definiva lui stesso. Bambini e adolescenti accolti, educati, accompagnati in anni difficili, quando l’Umbria rurale portava ancora addosso i segni della povertà e delle trasformazioni sociali. Per loro, Don Marzio non fu soltanto un sacerdote, ma una figura paterna, una guida severa quando serviva, ma sempre profondamente umana.
Dopo la celebrazione, il ricordo si è spostato nei luoghi simbolo di quella storia: la “Casa San Domenico Savio”, l’ex istituto, l’ex collegio dove molti di loro hanno trascorso gran parte dell’infanzia. Qui, tra mura che conservano ancora echi di voci e di vita condivisa, il tempo sembra essersi fermato. A fare gli onori di casa è stato Marcello Tomassini, che ha accolto il gruppo in un clima familiare, quasi a ricostruire, per qualche ora, quell’atmosfera di comunità che Don Marzio aveva saputo creare. Non un semplice ritrovo, ma un ritorno alle radici.
I racconti si sono rincorsi tra nostalgia e commozione: episodi di vita quotidiana, piccoli gesti, insegnamenti che allora potevano sembrare duri, ma che oggi vengono riconosciuti come fondamentali. C’è chi ha ricordato le regole ferree del collegio, chi le risate condivise, chi i momenti più difficili superati grazie a quella presenza discreta ma costante. E Monterubiaglio, ancora una volta, ha dimostrato di essere il cuore di questa memoria. Un paese che, come qualcuno ha detto sottovoce al termine della giornata, “vive ancora della sua luce riflessa”. Non una frase retorica, ma la constatazione di quanto il passaggio di Don Marzio abbia inciso nel tessuto umano e sociale della comunità.
A trentasei anni dalla sua scomparsa, non resta solo il ricordo di ciò che è stato, ma la testimonianza concreta di ciò che ha generato: uomini, relazioni, percorsi di vita. Un’eredità silenziosa, che continua a parlare senza bisogno di celebrazioni solenni. E forse è proprio questo il tratto più autentico di Don Marzio: essere ancora presente, nei volti e nelle storie di chi, grazie a lui, ha trovato una strada che porta alla costruzione del “senso” della Vita, che la Storia contemporanea sta brutalmente mortificando.
dott. Maurizio Santopietro (ex “figlio” di Don Marzio)









