
“L’Apocalisse è stata definita come ‘scritto di resistenza’ – scrive Ricardo Pérez Màrquez del Centro studi biblici G. Vannucci – ossia una riflessione sulla storia il cui scopo è quello di interpellare i lettori, incoraggiandoli e comunicandogli quella speranza necessaria per superare qualunque situazione di crisi. Se il termine ‘apocalisse’ è diventato nel linguaggio odierno sinonimo di catastrofe e continua ad evocare i castighi del giudizio finale, ciò si deve a una lettura parziale e non corretta del testo; invece si può riprendere quella via interpretativa giusta che sappia cogliere l’intenzione dell’autore“.
E fu proprio questa intenzione che guidò Luca Signorelli nell’Apocalisse di Orvieto che si sarebbe legata a un cambiamento epocale senza precedenti. Tutto ebbe inizio nel 1460 quando Signorelli divenne allievo di Piero della Francesca. Non sorprende dunque che, nella scena della Resurrezione della carne, il personaggio in primo piano ricurvo su se stesso sembra ispirato all’Adamo morente (1452-58) di Piero della Francesca nella cappella Bacci della Basilica di Arezzo.

Qui, vicino ad Eva, è raffigurato il primo dei viventi, nudo e senescente, che si trova seduto su quella stessa terra da cui è stato tratto e a cui presto ritornerà. La sua postura ricorda infatti quello che potrebbe essere l’Adamo di Signorelli che, giovane e vigoroso, accarezza il suolo. Se lui fu il primo uomo a nascere, sarà proprio lui il primo a risorgere, e con lui tutta l’umanità che ora popola la pianura ultraterrena. In realtà l’artista voleva proiettare i suoi contemporanei nella visionaria speranza di un’umanità e di una società ideale, utopica, che sarebbe cominciata ad esistere qui ed ora!
La scoperta delle Americhe, l’ascesa delle grandi monarchie di Spagna e Francia, l’avanzata dei musulmani in Europa, le sanguinose guerre intestine in tutta Italia, la concentrazione dei poteri politici ed economici, avevano messo in pericolo le certezze di una civiltà, quella dell’Occidente, che sembrava ormai precipitare nella barbarie. Erano in molti a ritenere vicina la fine del mondo e prima ancora la venuta dell’Anticristo, che Signorelli rese così reale da rappresentarlo come il male già all’opera nel presente. Così con la bellezza dei corpi risorti, completamente nudi, prendeva forma la prima idea d’uguaglianza, di libertà e di dignità di ogni singolo essere umano, di fratellanza e di aspirazione al bene, e soprattutto di un vero progressospirituale sulla terra inteso come costante ricerca della felicità e dell’amicizia tra gli uomini i popoli.

Al suono delle trombe angeliche, simbolo di quella forza creatrice che ordina e governa tutte le cose, in un’armonia universale che è l’eterno divenire dell’universo, i risorti di Signorelli escono fieri e possenti dal suolo, risollevati dal “sepolcro di Adamo”, ossia da quella prigionia terrena descritta da Platone nel “mito della caverna” (VII libro della Repubblica). A risorgere è proprio l’uomo rinascimentale il quale, ritrovato il lume della ragione, si affaccia nel nuovo secolo, il nuovo mondo, animato da una più profonda comprensione e percezione del mondo e della realtà terrena, offuscata da secoli di ignoranza.
Nel pieno delle sue facoltà intellettive e spirituali, ognuno era chiamato a ricostituirsi o ricomporsi, aspirando a quel bene individuale che si tradurrà presto nel raggiungimento del bene comune ed universale; un bene fondato sulle virtù etiche e civili, le uniche capaci di risollevare l’umanità dalla barbarie. Di fronte avrà la sfida finale contro la logica del male, quella spirale di disgregazione e di violenza scatenata dal desiderio di primeggiare, e cioè di innalzarsi sopra il piedistallo della propria superbia.
Due mondi contrapposti, quelli rappresentati nella Resurrezione e nell’Anticristo, dove la virtù si erge sopra il vizio, la concordia sopra la presunzione di sovvertire ogni legge, ogni forma di giustizia e di moralità, di ordine e di pace. Anche Dante Alighieri denunciò nella Divina Commedia i mali del suo tempo a cui lui per primo cercò di porre rimedio.

Nel suo Poema sacro egli non risparmiò nemmeno la Chiesa di Roma, corrotta nei suoi commerci mondani, in preda a furfanti, intriganti, scellerati e usurpatori del nome di Cristo (Paradiso, Canto XXVII). Il sommo poeta si sentiva come investito di una missione profetica, quella di un rinnovamento radicale della Chiesa e dell’Impero, della religione come della società, della fede come della politica.
Occorreva una purificazione interiore e spirituale dell’intero genere umano giunto ormai alla fine della sua storia: e tutto ciò poteva avvenire solo attraverso un sorta di esodo o passaggio esistenziale verso la civiltà e la salvezza, guidato dalla ragione (Virgilio) e dalla fede (Beatrice). È la mirabile ascesa dall’Inferno al Paradiso, dalla discordia civile alla pace, dai “bruti all’angelo” Ficino); e tutto ciò in una sorta di liberazione esistenziale da tutte le forme sociali, politiche e religiose di ‘prigionia’. Un messaggio di fiducia nelfuturo che esplodeva letteralmente nell’architettura artistica e simbolica della cappella Nuova, tanto da spingere lo stesso Michelangelo a rimanere per ben tre mesi ad Orvieto prima di realizzare il suo Giudizio Universale nella Cappella Sistina.








