
Innanzitutto, un termovalorizzatore moderno, per essere efficiente e ripagarsi, ha bisogno di essere costantemente “nutrito” con una quantità massiccia di spazzatura. In Umbria, al momento, la raccolta differenziata viene gestita in modo non ottimale e ci sarebbero soldi (indennità di disagio ambientale) per investimenti reali e per educare i cittadini al corretto smaltimento e al riuso.
In questo contesto, con le sue 128.000 tonnellate di rifiuto residuo prodotte, non é sostenibile economicamente per giustificare un impianto da 200 milioni. E qui nasce il paradosso: se la raccolta differenziata dovesse migliorare (passando, ad esempio, dal 66% all’80%), il rifiuto da bruciare diminuirebbe. Un impianto così già sovradimensionato costringerebbe l’Umbria a “importare” rifiuti da fuori per non andare in perdita, oppure, assurdamente, a frenare la differenziata pur di alimentare il forno.
Inoltre, sfatiamo un mito: il termovalorizzatore non elimina le discariche.
Dopo aver bruciato i rifiuti, rimane un 20-25% di ceneri pesanti e una percentuale di ceneri volatili altamente tossiche. Queste ultime richiedono trattamenti speciali e discariche dedicate che costano moltissimo. E non dimentichiamo che, anche con i filtri più all’avanguardia, bruciare plastica emette enormi quantità di CO₂. In un’epoca di Carbon Tax e di severi obiettivi climatici europei, questo si traduce in un enorme costo economico e ambientale che finirà dritto nelle bollette dei cittadini.
Aumentare la differenziata, quindi, non è solo una scelta etica, ma una precisa strategia industriale. Carta, vetro, alluminio e plastica “nobile” hanno un reale valore sul mercato. Bruciarli significa distruggere materia prima che ha richiesto molta energia per essere prodotta. Potenziare i centri di riciclo e il compostaggio, al contrario, costa molto meno rispetto a un singolo, gigantesco inceneritore, e crea più posti di lavoro sul territorio locale (dalla manutenzione, alla raccolta porta a porta, fino alla selezione).
Certo, aumentare le percentuali di differenziata non basta da solo a chiudere il cerchio. Ma un’alternativa concreta c’è. Invece di incenerire tutto a 1000 gradi, oggi si punta sulla gassificazione per produrre idrogeno (il cosiddetto processo Waste-to-Hydrogen).
In questo processo non c’è fiamma e non avviene una combustione diretta, abbattendo drasticamente le emissioni. L’idrogeno ottenuto potrebbe alimentare il trasporto pubblico locale (pensate agli autobus a idrogeno) o supportare le industrie pesanti “hard-to-abate” della regione, come le acciaierie di Terni. Soprattutto, questi impianti sono molto più piccoli, flessibili e modulari rispetto a un termovalorizzatore tradizionale, adattandosi perfettamente alle reali esigenze di un territorio con 800.000 abitanti.
Infine, c’è il fattore economico: investire 200 milioni in un’opera con una vita media di 25-30 anni significa vincolare le strategie regionali per decenni. L’Unione Europea, attraverso la “Tassonomia Verde”, sta progressivamente smettendo di finanziare i termovalorizzatori, premiando invece i progetti basati sul recupero di materia. Il risultato? Quei 200 milioni dovrebbero essere coperti quasi interamente dalle tasche dei cittadini, o da investitori privati che pretenderanno, inevitabilmente, un ritorno economico garantito sulle nostre bollette.








