di Pasquale di Paola
Anche negli istituti scolastici del comprensorio orvietano, con l’arrivo della primavera, il rito delle gite scolastiche torna a scuotere i consigli di classe e il corpo docenti di ogni ordine e grado. Ma dietro l’entusiasmo degli studenti — che spesso vedono nella scuola l’unica opportunità concreta di viaggiare e scoprire il mondo — si cela un malessere profondo e sempre più insostenibile da parte dei professori.
Accompagnare una classe in gita o in un viaggio didattico non è una “vacanza gratis”, come crede gran parte dell’opinione pubblica, ma un atto di pura e gratuita generosità professionale che si scontra con l’assenza totale di tutele e retribuzioni. In qualsiasi altro settore professionale, un lavoratore che presta servizio fuori sede, oltre l’orario stabilito e con responsabilità accresciute, percepisce indennità di missione e straordinari. Nella scuola — caso isolato nei comparti della Pubblica Amministrazione — questo non avviene:
- Se una gita di un giorno si protrae per 12 o 14 ore, le ore eccedenti l’orario di servizio non vengono né retribuite né recuperate.
- Nei viaggi di più giorni, il docente è responsabile dei minori 24 ore su 24, inclusa la sorveglianza notturna.
- Al tavolo della contrattazione la risposta è sempre la stessa: “Non ci sono fondi per le uscite didattiche e le ore di lavoro aggiuntivo non si possono recuperare per non lasciare scoperte le classi”.
Al danno economico si aggiunge la beffa delle gravi responsabilità connesse. La cosiddetta “culpa in vigilando” grava come un macigno sulla testa di ogni docente. A fronte di incentivi pecuniari pari a zero, chi accompagna una classe risponde civilmente e penalmente di ogni incidente, malore o intemperanza degli alunni.
Ci si accolla, per l’intera durata del viaggio, la responsabilità in prima persona di ogni accadimento, spesso in contesti non protetti come stazioni, hotel o luoghi affollati, e frequentemente senza avere una formazione specifica per le emergenze sanitarie o di altra natura.
I docenti avrebbero un’arma formidabile per pretendere cambiamenti normativi: basterebbe che, anche per un solo anno, tutti si rifiutassero compatti di accompagnare le classi. Il danno non resterebbe chiuso tra le mura scolastiche, ma colpirebbe duramente l’economia nazionale:
- Settore alberghiero: migliaia di stanze resterebbero vuote nei mesi di marzo, aprile e maggio.
- Indotto turistico: musei, guide, ristoranti e ditte di autotrasporti vedrebbero crollare il proprio fatturato (il turismo scolastico muove ogni anno milioni di euro).
Questa disparità deve essere sanata riservando ai lavoratori della scuola lo stesso trattamento giuridico ed economico degli altri dipendenti pubblici. È necessario che lo Stato riconosca le uscite didattiche come prestazione lavorativa straordinaria, prevedendo:
- Un’indennità di missione giornaliera dignitosa.
- Coperture assicurative e legali stringenti a carico dell’Amministrazione.
Altrimenti, tutto continuerà a reggersi solo sul fatto che il docente accetta questo stato di cose per amore dei propri alunni. Ma non è giusto che la passione per l’insegnamento diventi l’alibi per imporre una forma di “volontariato forzato”.








