
Egregi consiglieri comunali, care concittadine e cari concittadini,
ho seguito con attenzione il dibattito che si è sviluppato in queste settimane attorno alla proposta di istituire la figura del Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale. Un dibattito ricco di interventi, di prese di posizione, di appelli accorati. E proprio perché il tema è delicato e merita il massimo rispetto, sento il dovere di offrire una riflessione che si pone volutamente in controtendenza rispetto a molte delle voci che si sono levate finora.
Premetto che parlo con la conoscenza di chi opera quotidianamente all’interno del sistema penitenziario, con la responsabilità di chi rappresenta migliaia di donne e uomini che ogni giorno varcano i cancelli del carcere per lavorare, spesso in condizioni di estrema difficoltà. Parlo con l’esperienza di chi conosce la macchina complessa della giustizia e dell’esecuzione penale.
Detto questo, desidero esprimere con altrettanta chiarezza il mio scetticismo, per usare un termine elegante, sulla reale necessità di istituire un Garante comunale dei detenuti. Non per partito preso, non per ideologia, ma per cognizione di causa. Occorre innanzitutto ricordare che l’ordinamento penitenziario italiano è una norma assolutamente all’avanguardia nel panorama internazionale. Laddove pedissequamente osservato e controllato dalle figure già ampiamente previste, non permette alcun calpestamento né lascia indietro alcun diritto soggettivo di alcuna persona ristretta. I detenuti, in Italia, godono già di un sistema di tutele e garanzie tra i più ampi e articolati d’Europa.
Penso alla molteplicità di figure istituzionali preposte alla vigilanza sul rispetto dei loro diritti: l’Autorità giudiziaria in tutte le sue articolazioni, il Magistrato di Sorveglianza in primis, che ha il compito specifico di controllare l’esecuzione della pena e garantire che essa sia effettivamente orientata, come vuole la Costituzione, alla rieducazione del condannato e alla stessa Polizia Penitenziaria che garantisce la sicurezza oltre a partecipare attivamente all’opera di rieducazione. A queste si aggiungono i Garanti regionali, già presenti in Umbria, e il Garante nazionale.
Davvero serve un ulteriore livello? O rischiamo di moltiplicare figure e organismi, alimentando la percezione che il problema del carcere sia solo e soltanto la tutela dei diritti di chi è recluso, dimenticando che il carcere è un luogo complesso, abitato da tante soggettività diverse? Credo che dietro la spinta per l’istituzione del Garante comunale ci sia, talvolta, un approccio più ideologico che sostanziale. Un’idea di “segnale di civiltà” che, per quanto nobile nelle intenzioni, rischia di essere un gesto simbolico fine a se stesso, che non incide sulla realtà ma risponde a una certa idea di “buonismo” che poco ha a che fare con la complessità del mondo reale.
E poi, permettetemi una domanda: perché tanta attenzione si concentra proprio sui detenuti, mentre altre emergenze sociali, altrettanto gravi e forse più vicine alla vita quotidiana della nostra comunità, restano nell’ombra?
Penso alle centinaia di famiglie del nostro comprensorio che lottano ogni giorno con situazioni gravissime di salute e disabilità, a cui vengono negati diritti fondamentali e anche solo la vicinanza delle istituzioni. Penso a chi aspetta anni per un esame specialistico, a chi non trova un posto in una struttura adeguata per un familiare non autosufficiente, a chi spende metà della propria pensione per garantire assistenza a un figlio o a un genitore. Dov’è, per loro, un Garante? Dov’è l’attenzione che meriterebbero?
Non posso, infine, non richiamare l’attenzione su un aspetto che troppo spesso viene dimenticato quando si parla di carcere: le condizioni di chi in carcere ci lavora.
Le carceri italiane sono ogni giorno teatro di aggressioni, violenze, insulti, minacce. Il personale di Polizia Penitenziaria, gli infermieri, i medici, gli educatori lavorano in un contesto di crescente tensione, con organici ridotti e risorse scarse, esposti a rischi che nessun’altra categoria professionale sopporterebbe. Di loro, però, non si parla mai. Non si propone l’istituzione di un Garante per chi ogni giorno rischia la propria incolumità per garantire sicurezza, salute e, sì, anche umanità all’interno delle carceri.
E allora, con tutta l’eleganza e la sottigliezza di cui sono capace, lancio una provocazione: che cosa dovremmo fare? Istituire il Garante comunale per le Forze dell’ordine? Per il personale sanitario che opera in carcere? O forse, più semplicemente, dovremmo cominciare a guardare alla realtà carceraria nella sua interezza, senza operare selezioni ideologiche?
Al Consiglio comunale di Orvieto, al di là delle legittime scelte che vorrà compiere, rivolgo un invito: anziché insistere su questioni che già godono dell’attenzione di tante figure di garanzia, concentriamo le nostre energie e le nostre risorse su iniziative sociali più concrete, che rispondano ai bisogni reali della nostra comunità. Ci sono tante emergenze, tante fragilità, tante ingiustizie da affrontare che non possono contare su nessuno che se ne occupi. Impegniamoci su quelle, con serietà e senza ipocrisie.Fabrizio Bonino
Segretario Nazionale SAPPE
(Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria)








